martedì, 11 Agosto, 2020
Lavoro

Disoccupazione post Covid: i sussidi non bastano più, serve un piano 

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L’emergenza sanitaria si è trasformata in breve tempo in crisi economica e solo nel primo trimestre del 2020 il Pil italiano è calato quasi del 5%. Migliaia di persone non sono riuscite a conservare il lavoro e altrettante rischiano di perderlo. 

Confrontando il trimestre marzo-maggio 2020 con quello precedente (dicembre 2019-febbraio 2020), l’Istat, seppure con degli ostacoli causati dall’emergenza, ha rilevato un calo evidente dell’occupazione (-1,6%, pari a -381mila unità). Diminuite altresì le persone in cerca di occupazione (-22,3% pari a -533mila), e in crescita il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+6,6% pari a +880mila unità).

La diminuzione dell’occupazione su base mensile (-0,4% pari a -84mila unità) riguarda soprattutto le donne (-0,7% contro ¬ 0,1% degli uomini, pari rispettivamente a -65mila e -19mila), i dipendenti (-0,5% pari a -90mila) e gli under50, invece aumentano leggermente gli occupati indipendenti e gli ultracinquantenni. Nel complesso il tasso di occupazione scende al 57,6% (-0,2 punti percentuali). Nel confronto annuo, il calo ha interessato soprattutto i dipendenti a termine (-592mila), gli autonomi (-204mila) e tutte le classi d’età.

Nel mese di maggio, con le graduali riaperture dopo il lockdown, risale il numero di persone in cerca di lavoro, con un aumento del 18,9% pari a +307mila unità, maggiormente tra le donne (+31,3%, pari a +227mila unità) rispetto agli uomini (+8,8%, pari a +80mila). Il tasso di disoccupazione raggiunge il 7,8% (+1,2 punti) e tra i giovani il 23,5% (+2,0 punti).

Dietro questi tassi di disoccupazione ai minimi, però, si nasconde un aumento degli inattivi e un consistente ricorso alla cassa integrazione. In Italia, come nel resto d’Europa, i governi hanno approvato misure di sostegno per consentire alle famiglie di restare a galla, e la maggior parte di essi ha esteso tali programmi fino all’autunno. Questa scelta ha permesso di evitare una situazione catastrofica simile a quella verificatasi negli Stati Uniti dove, secondo le previsioni Osce, entro la fine di giugno si è registrato un tasso di disoccupazione pari al 17,5%. 

A preoccupare però l’Italia in particolare, e l’Europa in generale, dovrebbe essere il futuro. Nel nostro Paese oltre ai sussidi, che non potranno di certo durare per sempre, sono state adottati provvedimenti temporanei che prevedono il blocco dei licenziamenti e il 18 agosto termineranno. Ci si chiede, dunque, cosa ne sarà dopo di quei lavoratori al momento congelati. Le aziende avranno avviato la produzione a un ritmo tale che gli consenta di non rinunciare a loro?

Anche il comportamento dei consumatori farà la sua parte: le loro abitudini incidono in modo importante sui consumi e dunque sulla produzione. Come saranno cambiate con il lockdown?

In sostanza, tanti sono i nodi da sciogliere che fanno emergere con forza la necessita di pianificare una strategia che vada oltre l’assistenzialismo, da realizzare prima che i sussidi vengano strappati via ai cittadini.

È il momento di essere lungimiranti perché non tutti i settori beneficeranno delle riaperture allo stesso modo. Anzi, c’è il rischio che i sussidi nascondano solo la polvere sotto al tappeto e le persone restino intrappolate in lavori che non hanno prospettive future. 

Da uno studio della compagnia assicurativa tedesca Allianz è emerso che “circa il 20% dei lavoratori che usufruiscono di sussidi sono impiegati in occupazioni che riguardano settori che continueranno a incontrare difficoltà, come il turismo, i viaggi, l’ospitalità, il commercio al dettaglio e l’intrattenimento”.

Diventa fondamenta adesso che i governi, in accordo con tutti gli attori coinvolti, individuino strade diverse a cui indirizzare gli incentivi, prevedano programmi di riqualificazione professionale, investano in infrastrutture e formazione.

L’emergenza pandemica ha rimescolato le carte, anche nel mondo del lavoro. Foraggiare i lavoratori adesso, senza offrirgli possibilità concrete nel lungo periodo, equivale a rimandare il problema. È necessario porre in essere condizioni che aprano a nuove opportunità. 

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