lunedì, 18 Gennaio, 2021
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Le serre senza finestre del Kazakistan e l’importanza di ripartire dall’arte per un nuovo contratto sociale

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Awelco

Ci ricorda Stiglitz in La globalizzazione e i suoi oppositori che il capitale sociale è la colla che tiene insieme la società. I riflessi della sua erosione si scorgono in tante manifestazioni come l’esplosione della violenza casuale o quella organizzata del capitalismo mafioso, il comportamento di funzionari disonesti e le serre senza finestre del Kazakistan.  

In quello che definisce un “furto anarchico di tutti a danno di tutti”, il paesaggio del Kazakistan, annota Stiglitz, è punteggiato di serre cui mancano i vetri e, quindi, non possono funzionare. Il punto  è che quando manca la fiducia nel futuro, ognuno cerca di afferrare quel che può.  

L’incertezza in altri termini è il grande convitato di pietra dei nostri tempi. Ce lo ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Visco nelle sue ultime Considerazioni Finali ammonendo che l’emergenza post Covid-19 “lascerà ferite  come l’aumento  delle disuguaglianze” suggerendo perciò la necessità di un nuovo contratto sociale: “Serve un nuovo rapporto tra Governo, imprese dell’ economia reale e della finanza, istituzioni, società civile”. In altri termini, serve “dar vita a un dialogo costruttivo” assumendo “collettivamente un impegno concreto” attraverso “un piano che consenta di resistere a lungo, concepito in uno spirito di giustizia sociale”. 

Tuttavia, prima di cadere nella trappola dell’eterna dicotomia tra politiche attente a favorire la produzione e politiche attente a favorire la redistribuzione e quindi su quale direzione debbano prendere le agende politica ed economica del Paese, sarebbe importante soffermarsi su un punto: quel malessere diffuso ancora più invisibile del Coronavirus stesso e che già ha fatto molti ostaggi tra coloro che una vita non riescono a riprenderla. 

In altri termini, ora più che mai, è importante ripartire dai fondamentali, ovvero dalle persone in carne e ossa. La pandemia lascerà infatti enormi ferite nelle nostre anime e il benessere mentale dovrebbe rappresentare una priorità per la costruzione di un nuovo benessere collettivo e quindi di un nuovo capitale sociale.  

L’arte in questo potrebbe giocare un ruolo importante nel processo di ricostruzione della partecipazione collettiva alla cosa pubblica attraverso una narrativa inclusiva che svuoti la retorica ottimista dell’ “andrà tutto bene” con un ottimismo programmatico che sappia includere ciascuno di noi a partire dalla nostra anima. Ce lo ricordano i bambini e i loro murales per ringraziare gli eroi dei nostri tempi in giro per il mondo così come ce lo ricorda l’esempio di Keynes, padre intellettuale della politica economica del dopoguerra  e presidente fondatore dell’Arts Council. 

In fondo, come suggerì la performer Marina Abramovic attraverso una serie di workshop tenuti in alcuni prestigiosi atenei in giro per l’Europa negli anni 80 dal titolo Cleaning the House, è tempo di fare pulizie, ovvero come spiega a questo proposito Luisa Valeriani in Dentro la trasfigurazione, è tempo “di purificare il corpo in modo da renderlo recettivo all’energia specifica e lucido mentalmente  nel realizzare le sue creazioni”. Perché fare chiarezza dentro di sé equivale a fare chiarezza sul mondo fuori, ora più che mai. È un’occasione che non va sprecata perché questo del Coronavirus è uno spartiacque storico tra il prima e il dopo.

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