lunedì, 20 Maggio, 2024
Società

Due culture una sola voce contro il regime dell’Iràn

Alla Sapienza un evento di solidarietà dell'Italia alle manifestazioni contro gli ayatollah

Piazzale Aldo Moro a Roma, ieri brillava di candele e slogan: “donna, vita, libertà”, a sostegno del popolo iraniano ferito a morte dalla brutalità del regime islamico. Insieme davanti l’università La Sapienza, italiani e iraniani hanno ricordato le vittime di regime e celebrato la bellezza, la vita, attraverso l’arte. “Il capodanno iraniano e l’equinozio di primavera cadono nello stesso giorno e l’arte è un modo di restituire libertà e memoria ai giovani iraniani, nostri fratelli, con i nostri stessi bisogni, desideri e diritti e alla magnifica cultura letteraria dell’Iran, martoriato dalla violenza del regime islamico. Due culture, una sola voce per sostenere, attraverso letture, testimonianze e musica la lotta pacifica degli Iraniani per la donna, la vita, la libertà”. Dice un’organizzatrice. L’evento nasce dalla volontà di cittadini, tra cui la regista italo-iraniana Eliana Montanari studenti e studentesse italiani, tra cui Nadia Pizzichelli appartenente alla lista Sapienza in Movimento e Professori aderenti, tra cui la Professoressa Sonia Bellavia, e attivisti cittadini e studenti e studentesse iraniani, tra cui Pedram Entezar e Vajiheh Haji Hosseini, che ha condotto l’evento.

Sono state scelte da alcune studentesse le poesie di Forough Farrokhzad, la più grande poetessa iraniana del ‘900, icona anche di Bernardo Bertolucci e fulgida autrice lirica, i cui versi restano di eterna attualità, per questo il regime, durante la rivoluzione islamica bruciò i suoi libri in pubblica piazza. Poesie che parlano di amore e libertà, di incontro con l’altro, che, come ha ricordato la Professoressa di Storia del Teatro di Lettere e Filosofia, Sonia Bellavia, non possono prescindere dal rapporto con sé stessi, con l’educazione a sentire e rispettate il proprio spirito, per riuscire a riconoscere all’altro uguale dignità e diritti. Molte le letture che si sono susseguite, alcune in particolare, lette da due ragazzi, studenti di Lettere e Filosofia, riportavano testimonianze atroci dal carcere, che riporto in parte “Dopo dieci anni, Dio ci ha dato una bambina. L’ho vista solo per 18 giorni. Chiedo solo una cosa agli iraniani, aiutatemi a rivedere mia figlia un’ultima volta prima che mi uccidano. Chiedo una sola cosa al popolo iraniano: fate qualcosa perché io possa vedere mia figlia per l’ultima volta. Che io firmi o meno la confessione mi uccideranno. Il mio unico desiderio è di vedere per l’ultima volta mia figlia prima che uccidano me. Queste sono le parole di Hassan Firouzi, 34 anni, condannato a morte a gennaio, per aver protestato. In seguito alle torture è antenato in coma, se sopravvive lo impiccano” e poi “Non un tremore di polsi ha scosso le mani che hanno firmato la loro condanna a morte, ma quella corda con cui hanno scelto di impiccare i giovani e le loro idee, la loro sete di pace, il loro coraggio di sostenere la vita, che finché l’umano sarà umano non può che essere giusta e santa, continueranno a risuonare nel vento. Le loro parole silenziate col cappio attorno alle corde vocali, si moltiplicheranno e salteranno di vento in vento per raggiungere le porte di tutti e diventeranno un uragano. Per chi invece ancora resta in silenzio, ancora può fare come se niente fosse accaduto, come se non fossero stati uccisi donne bambini cittadini innocenti… state attenti, perché queste morti arriveranno di notte a graffiare con le unghie alle porte delle vostre coscienze.”

E ancora i versi di Forough Farrokhzad “tu amico, tu fratello, tu che hai il mio stesso sangue, racconta a tutti la storia della strage dei fiori.” Parole dette tra le lacrime, come quelle infinite del popolo iraniano, lette in persiano e in italiano. Prezioso è stato poi il contributo artistico del chitarrista Luca Nostro, chitarra del PMCE, Parco della Musica Contemporanea Ensemble, e solista, che in collaborazione con il Direttore d’orchestra Maestro Tonino Battista, hanno mostrato attenzione e sensibilità per le tematiche femminili e di giustizia sociale. Il capodanno persiano e l’equinozio di primavera hanno avuto anche il loro altare simbolico, tipico della festa persiana, allestito sul piazzale, con sopra fiori, frutta ed elementi simbolici di pace, abbondanza, trasparenza, per compiere un rituale di ritorno alla luce, dopo le tenebre, come ha recitato la traduzione italiana di alcuni versi persiani “se smetti di abitare le tenebre, di essere in confidenza con i demoni, il sole risorgerà”.

Nessun auspicio ci sembra più pregnante e centrato in questo capodanno in cui si festeggia sulle tombe in Iran, dove le famiglie vivono inconsolabili lutti. Sul tavolo del Nowruz, allestito a terra, candele e lumini rischiaravano le foto dei giovani caduti per mano di regime: quest’anno la gioia è non è possibile, non finché sangue innocente continuerà ad essere sparso. Molto toccante infine è stata la chiusura dell’evento, in cui una studentessa italo-iraniana Benedetta Bayari ha cantato il suo adattamento italiano di Baraye, canzone simbolo della rivoluzione, dal titolo “ho pianto”. “Ho pianto per te e me liberi”.

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