venerdì, 19 Luglio, 2024
Attualità

Riforma Cartabia. Prescrizione si o no? Tanto rumore per nulla?

Della riforma della giustizia penale, necessaria, tra l’altro, per avere i fondi del PNRR. tutti discutono un solo punto: la modifica della prescrizione (estinzione del reato per decorso di un certo tempo stabilito dalla legge). Che  diventa improcedibilità, per pudore linguistico e tutela dei sentimenti giustizialisti.

 

La riforma Bonafede del 2018 ha praticamente abolito la prescrizione, consentendo ai processi di non finire mai e agli imputati di morire di vecchiaia sotto processo.

Cartabia propone che la prescrizione non decorra -come ora- per tutto il giudizio di primo grado, ma che poi il giudizio di appello si debba esaurire entro due anni e quello di Cassazione entro un anno ulteriore, altrimenti il processo diventa improcedibile (cioè non può più andare avanti e si esaurisce per sempre).

Esempio: il giudizio di primo grado dura 4 anni e non opera la prescrizione. Poi appello e Cassazione devono chiudersi in ulteriori 3 anni complessivamente. Totale 7 anni. Chiedete a chi frequenta i tribunali, scoprirete che 7-9 anni sono la media di durata attuale dei giudizi penali nei tre gradi. “Piuttosto che niente, meglio piuttosto”, dicono al mio paese. Meglio questa improcedibilità (temo molti cavilli e ricorsi alla Corte Costituzionale) che niente prescrizione, che violava tutti i principi costituzionali, compreso quello sulla ragionevole durata del processo.

La quasi totalità del mondo dell’avvocatura ritiene che sia necessario introdurre di nuovo un termine alla durata dei processi. Eccetto due avvocati, che si sono fatti sentire e molto in veste politica: l’ex presidente del Consiglio Conte e il suo ex ministro della Giustizia, Bonafede. Loro difendono a spada tratta il giustizialismo che aveva portato M5S e Lega (non lo dimentichiamo) ad abolire la prescrizione.

Ma la Lega ora è a favore della riforma Cartabia, mentre l’impuntatura del ramo giustizialista dei 5 Stelle (Di Maio è a favore della Cartabia) ha ottenuto un compromesso all’ultimo secondo. Nel caso di alcuni reati gravi – e a loro interessavano corruzione e concussione- il termine di improcedibilità si allunga di 1 anno in appello (complessivi 3 anni) e di 6 mesi in Cassazione (complessivi 1,5 anni). Per tornare all’esempio: 4 anni in primo grado per sentenza per corruzione + 3 anni in appello + 1,5 anni in Cassazione. Totale 8,5 anni.

Davvero tanto rumore per nulla? Ricordate la media dei processi penali è di 7-9 anni, più vicini ai 9 per reati tipo la corruzione.

Beh non proprio. Intanto la barriera di un tempo limite per i giudizi rientra in gioco, ed almeno farà da pungolo a quei magistrati che cercano di fare il loro dovere. In secondo luogo, ci soccorrono i fatti. Il rapporto dell’ente del Consiglio di Europa Cepeje 2020    relativo al 2018 pre-pandemia, ci racconta tutte le statistiche giudiziarie e ci dice cose molto interessanti, e inconfutabili.

Il giudizio penale di appello in Italia dura mediamente 850 giorni (ovvero più di due anni) e quello di Cassazione 156 giorni (meno di un anno). Fate una comparazione, in Francia l’appello penale dura 309 giorni (meno di un anno), in Germania addirittura 106. Dunque, ben venga l’improcedibilità sul piano di principio, ma sul piano pratico come vedete, inciderà poco, e forse in positivo solo nel giudizio di appello. Però aspettiamo a fasciarci la testa, le riforme vanno giudicate nella loro interezza e domani vedremo gli altri punti del lavoro Cartabia.

 

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