Lo Smithsonian Institution è finito al centro di una nuova battaglia politica. I repubblicani alla Camera minacciano di tagliare i finanziamenti federali — circa 1 miliardo di dollari l’anno — accusando il sistema museale di presentare una versione “distorta” e troppo critica della storia degli Stati Uniti. Il deputato Andrew Clyde ha dichiarato che vincolare i fondi potrebbe “riportare lo Smithsonian al suo mandato originario: raccontare la verità sulla storia americana e l’eccezionalità del Paese”. Il bersaglio principale è il National Museum of American History, accusato da alcuni repubblicani di promuovere una visione “woke” su temi come razza, classe, genere e sessualità.
Clyde, membro della Commissione per gli stanziamenti, sostiene che il Congresso debba usare il proprio potere di bilancio per obbligare i curatori a mettere in risalto gli aspetti più celebrativi della storia nazionale. “Non esiste un Paese perfetto, ma siamo i migliori sulla Terra”, ha affermato. Anche i deputati Ben Cline e Michael Cloud, anch’essi nella Commissione, hanno appoggiato l’idea di vincoli più severi. Cline ha accusato lo Smithsonian di filtrare la storia attraverso “ideologie progressiste”, mentre Cloud ha ribadito che i fondi pubblici devono servire a “preservare la storia americana, non a distorcerla”.
La tensione è aumentata dopo che il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo incaricando il Segretario degli Interni Doug Burgum di installare mostre temporanee e segnaletica correttiva nei percorsi pubblici attorno ai musei, per contrastare quelle che definisce “informazioni inaccurate”. A luglio, il deputato Brandon Gill ha presieduto un’audizione in cui i repubblicani hanno accusato il museo di politicizzare la narrazione storica; un’altra audizione, guidata dal deputato Bryan Steil, ha approfondito le stesse accuse. I democratici respingono duramente queste critiche.





