Il piano di Abdul El‑Sayed, martedì sera, era di salire sul palco del Majestic Theater di Detroit alle 22:00 per celebrare una vittoria netta. Invece, ha dovuto attendere fino a mercoledì mattina per rivendicare un successo di misura: 15.000 voti di scarto su oltre 1,5 milioni. “Abbiamo sconvolto il mondo”, ha dichiarato parafrasando Muhammad Ali, ma la sua vittoria ha lasciato il Partito Democratico del Michigan profondamente diviso. In palio c’è un seggio cruciale al Senato, decisivo per le possibilità dei democratici di riprendere il controllo della camera alta negli ultimi anni della presidenza Trump.
El‑Sayed, ex funzionario della sanità pubblica e volto dell’ala progressista, ha conquistato un traguardo storico per il movimento socialista del partito, ma la sua campagna — feroce e personale — ha lasciato ferite politiche difficili da rimarginare. Molti leader democratici, pur dichiarando pubblicamente sostegno al candidato, in privato temono che le tensioni interne possano compromettere la corsa contro Mike Rogers, l’ex deputato repubblicano Due dirigenti hanno raccontato alla CNN di aver chiesto a El‑Sayed di moderare i toni su Israele, tema che ha polarizzato l’elettorato.
Mercoledì sera, incalzato da Kaitlan Collins, El‑Sayed ha ammesso: “Nel vivo delle primarie si dicono cose che poi si preferirebbe non dire”. Il presidente del Partito Democratico del Michigan, Curtis Hertel, ha confermato che 45 coordinatori sono già attivi sul territorio e che il numero raddoppierà entro novembre, sostenuti da 20 milioni di dollari del Senate Majority PAC. El‑Sayed, intanto, ha scherzato sul suo look da campagna — magliette nere con scollo a V — promettendo di aggiungerne una con la scritta: “Il candidato più pericoloso per le relazioni tra Stati Uniti e Israele”. Un’ironia che non nasconde la realtà: la sua vittoria, pur storica, apre una nuova fase di fragile equilibrio per i democratici del Michigan.





