Il giorno dopo lo scontro politico all’Assemblea generale dell’Onu, la crisi iraniana assume una nuova dimensione geografica. Teheran avverte infatti che, in caso di nuovi attacchi americani, il conflitto potrebbe estendersi fino all’Oceano Indiano.
A lanciare l’avvertimento è stato Yahya Rahim Safavi, ex comandante dei Pasdaran e consigliere militare della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. In un video diffuso dall’agenzia Fars, Safavi ha sostenuto che il fronte, già allargatosi dal Golfo Persico e dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso, potrebbe estendersi ulteriormente «fino all’Oceano Indiano o anche oltre».
Non è l’annuncio di un’operazione imminente, ma una minaccia condizionata a un nuovo attacco. Il riferimento geografico è tuttavia significativo: Teheran introduce nel calcolo strategico una fascia che comprende Bab el-Mandeb, le rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano e la base anglo-americana di Diego Garcia.
La pressione si manifesta anche sul fronte yemenita. L’Arabia Saudita ha annunciato di avere intercettato sei missili balistici lanciati dagli Houthi contro Taif e Yanbu, mentre le forze fedeli al governo yemenita hanno riferito di avere respinto un’offensiva Houthi nella provincia di Lahj, lungo una direttrice strategica verso Aden e Taiz.
Hormuz e Bab el-Mandeb diventano così due punti dello stesso sistema strategico. Il primo controlla l’uscita dal Golfo Persico; il secondo collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano. Un’estensione delle operazioni in questa fascia avrebbe quindi conseguenze non soltanto militari, ma anche sulla sicurezza delle rotte energetiche e commerciali.
Sul piano diplomatico, oggi l’attenzione è invece concentrata sulle Nazioni Unite. Benjamin Netanyahu parlerà all’Assemblea generale mentre a New York sono previste numerose manifestazioni di protesta. Il premier israeliano ha annunciato che dal podio dell’Onu intende difendere Israele e le sue forze armate.
Poco prima è intervenuto Mahmoud Abbas, con un videomessaggio preregistrato da Ramallah. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese non ha potuto raggiungere New York dopo che gli Stati Uniti gli hanno negato per il secondo anno consecutivo il visto. L’Assemblea generale aveva autorizzato la sua partecipazione da remoto con una risoluzione approvata il 17 settembre con 152 voti favorevoli, tre contrari e quattro astensioni.
Abbas ha chiesto a Washington di revocare le restrizioni e di tornare al dialogo, sostenendo che la leadership palestinese non dovrebbe essere punita per avere fatto ricorso al diritto internazionale e alle istituzioni delle Nazioni Unite. Ha inoltre chiesto l’attuazione della seconda fase del piano in 20 punti promosso da Donald Trump, sostenendo che la fase di transizione non debba trasformarsi in una situazione permanente.
Nel suo intervento ha difeso anche il ruolo dell’Unrwa, chiedendo agli Stati di continuare a garantirne il sostegno finanziario e politico finché la questione dei rifugiati palestinesi resterà irrisolta.
La giornata dell’Onu si sviluppa quindi su due piani. A New York si confrontano le posizioni politiche su Gaza, Cisgiordania e sul futuro dei rapporti tra Israele e palestinesi. Nel frattempo, sul terreno, l’Iran segnala una possibile estensione del conflitto oltre il Golfo.
La novità non è dunque soltanto l’ennesima minaccia iraniana. È la progressiva dilatazione della geografia della crisi: Hormuz, Mar Rosso, Bab el-Mandeb e ora, esplicitamente, l’Oceano Indiano.





