domenica, 18 Agosto 2019
Economia

Rischio patrimoniale

“Quello che preoccupa sono le formule magiche che la politica sa scovare ogni volta che c’è una crisi”.

Alessandro Carbone
Alessandro Carbone

Afferma Alessandro Carbone consulente finanziario esperto in materia di conti pubblici.

“In Norvegia, Spagna, Francia e Svizzera al momento è attiva una tassa patrimoniale, ma le differenze sul fronte dei conti pubblici, situazione politica e culturale non permette di fare delle proiezioni attendibili su cosa succederebbe se dovesse essere applicata una patrimoniale in Italia”.

Se in Italia non c’è una patrimoniale, è pur vero che intervengono altre tipologie di tassazioni ad intaccare i patrimoni dei contribuenti, come l’Irpef, l’IMU sulla seconda casa, imposte di bollo e quant’altro.

Era la notte tra il 9 e il 10 luglio 1992 quando, tramite un decreto legge dal Governo di Giuliano Amato metteva in pratica la prima, vera e unica, patrimoniale ufficiale applicata in Italia: l’importo era del 6 per mille su tutti i depositi bancari, per un incasso di circa 11 mila miliardi di care vecchie lire. La crisi fu generata dallo speculatore George Soros, che decise di vendere in massa la lira italiana tramite il suo fondo Quantum, causando un ribasso del 30% sul valore della moneta e portando al collasso le finanze pubbliche.

Rischio corsa allo sportello. Anche solo il vago sentore che la patrimoniale possa trasformarsi in realtà si tradurrebbe in un’immediata corsa allo sportello, che in poco tempo porterebbe ad un collasso banche italiane, incapaci di restituire la liquidità richiesta in massa. L’intero settore finanziario italiano cadrebbe nel baratro, considerando l’ampia esposizione del mercato azionario al comparto bancario. Per non parlare di un crollo dei rendimenti dei titoli di Stato.

È pur vero, tuttavia, che sostanzialmente in governo ha due strade da poter percorrere per attingere dalla ricchezza degli italiani: la prima è quella di aumentare le tasse (o di crearne di nuove). La seconda è far sì che i risparmiatori investano maggiormente nei titoli di stato italiani (ovvero nel debito pubblico), un obiettivo che ad oggi risulta difficile da perseguire a causa anche della credibilità labile riconosciuta al Belpaese dalla comunità internazionale problema vero si chiama stabilità.

Tuttavia, l’idea, paventata da più parti, che possa essere adottata una soluzione ponte, con la scelta di un governo tecnico potrebbe trasformarsi in un rischio tremendo per le tasche degli italiani.

Nessun politico, infatti, sarebbe tanto autolesionista da adottare una patrimoniale che risani i conti pubblici, al contrario. Un tecnico non avrebbe nessuna posizione da dover difendere e quindi non avrebbe difficoltà ad attingere dai patrimoni privati per rinforzare i conti pubblici.

Del resto, debito pubblico da una parte e ricchezza privata dall’altra continuano inesorabilmente nel loro ritmo di crescita: il primo arrivando alla somma straordinaria di 2.373 mld, la seconda continuando a registrare accantonamenti soprattutto in liquidità, così come riportato dall’Abi con l’aggiornamento di giugno, che evidenzia come i depositi in Italia sono aumentati nell’ultimo anno di 55 mld di euro superando i 1500 miliardi di euro.

Insomma, se da un lato lo Stato continua a far aumentare il suo debito, dall’altro gli italiani continuano a fare le formiche e a creare una sorta di garanzia privata eventualmente “spendibile” a favore proprio del Paese, creando una fonte potenziale di finanziamento per il governo.

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