venerdì, 22 Ottobre, 2021
Politica

La Lega dopo Trump, serve un nuovo sovranismo? La ricetta di Becchi

Abbiamo visto come la presunta sconfitta di Donald Trump (salvo riconteggi e risvolti giudiziari) abbia aperto un serio dibattito all’interno della Lega, fra chi ritiene necessario superare il trumpismo e con esso la fase sovranista (leggi Giorgetti), e chi invece come il leader Matteo Salvini non sembra affatto deciso ad “inchinarsi” al nuovo presidente Usa.

Ma la domanda di fondo è: la presunta sconfitta di Trump obbliga i sovranisti a cambiare la loro strategia e ad aggiornare la propria agenda? Il sovranismo ha ancora un futuro o deve essere ripensato? E la Lega che direzione deve prendere?

Una risposta prova ad offrirla il filosofo Paolo Becchi, considerato in Italia fra i più importanti ed influenti teorici del “sovranismo debole”, ovvero un sovranismo opposto al nazionalismo, e fondato non sul centralismo leviatanico, bensì sull’autonomia dei territori. Un sovranismo federalista alla maniera di Carlo Cattaneo.

“Chi mi conosce – spiega Becchi – sa perfettamente che non ho lesinato critiche alla Lega in questi anni quando sembrava viaggiare a rimorchio di Trump, perché non si può essere sovranisti e allo stesso tempo dipendere dalle politiche e dagli interessi degli Stati Uniti. Oggi che, salvo possibili ribaltamenti giudiziari, Trump sembra aver perso la partita, non si può far finta che non sia successo nulla e che nulla cambierà”.

Per il filosofo, i primi commenti post voto Usa giunti dai dirigenti del Carroccio, non lascerebbero intravedere nulla di buono: “L’idea di Giorgetti – spiega ancora – ovvero quella di trovare una sintonia con Biden non è vincente, perché sembra riproporre l’idea di un’eterna sudditanza nei confronti degli americani. E sostenere questo significa essere contro l’Europa”.

Becchi non crede all’immagine del Biden amico dell’Europa che rinsalderà l’Alleanza Atlantica messa in discussione da Trump: “In Europa non hanno capito che sia Trump che Biden, pur da posizioni opposte, perseguono lo stesso obiettivo, ovvero impedire un ruolo geopolitico autonomo da parte della Ue. Credete che un Biden più amico dell’Europa sia una buona notizia? Io temo invece che sarà un grosso pericolo perché ne ridurrà ancora di più l’autonomia riconducendola al servizio degli interessi Usa. Paradossalmente l’autonomia e la sovranità europea erano molto più garantite da un Trump nemico, di quanto non lo saranno con un Biden amico”.

Da qui l’invito a ripensare il sovranismo: “Credo che i movimenti sovranisti oggi dovrebbero rifondare la loro azione politica puntando, paradossalmente, su un “sovranismo europeo”, che tuteli l’autonomia del continente dalle ingerenze straniere. Un sovranismo europeo capace di rispecchiare pienamente quell’idea di sovranismo debole che ho teorizzato con ‘Italia sovrana’. Un sovranismo cioè alternativo al nazionalismo, capace di riconoscere le autonomie dei territori; con gli Stati che, pur perseguendo e tutelando gli interessi nazionali, non agiscono in maniera centralistica ma federale, valorizzando le autonomie locali e recependo le istanze del basso, dai territori. Un sovranismo fondato quindi su una confederazione di Stati europei. Credo che la presunta vittoria di Biden oggi, possa rappresentare per i sovranisti la possibilità di dimostrare che proprio con il sovranismo è possibile salvare l’Europa dai nuovi tentativi di colonizzazione provenienti da oltre oceano”.

Sta di fatto che finora la Lega non è sembrata metabolizzare del tutto la vicenda Usa, schiacciata da una parte dalla posizione marcatamente pro-Biden di Forza Italia, e dall’altra da quella di Fratelli d’Italia che ha ribadito a chiare lettere come, con o senza Trump, i sovranisti continueranno la loro battaglia. Posizioni che nel Carroccio sembrano faticare a convivere ogni giorno di più, fra chi come Giorgetti chiede di superare la fase sovranista e anti-europeista guardando ad un rapporto più stretto con i popolari europei, e chi invece come Borghi e Bagnai non ne vogliono sapere di morire “democristiani” convertendosi all’europeismo del Ppe. La ricetta di Becchi, letta in controluce, sembrerebbe offrire proprio la chiave di volta per uscire dal guado e trovare la giusta sintesi. Ne terrà conto Salvini?

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