lunedì, 30 Novembre, 2020
Manica Larga

Quel buco nero al centro: ecco dove la democrazia fa crack

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I Millennials, ovvero la generazione di coloro nati a cavallo tra i primi anni 80 e metà anni 90, sono attualmente il cuore pulsante della vita sociale, economica e politica. Sono loro, infatti, a essere la principale classe di consumatori, sono loro a trainare la carretta dell’economia, sono loro che fanno figli, sono loro a protestare. Si, perché sono loro a essere insoddisfatti della democrazia rispetto alle generazioni precedenti, presi nella stessa fascia d’età. Così le posizioni politiche si estremizzano. A destra. E a manca. 

Il motivo del contendere è uno e piuttosto semplice. Se una cosa non ha funzionato, visto lo stato di salute in cui versano molte democrazie, perché continuare a intestardirsi? Detto diversamente: vuoi che la democrazia liberale sia robusta? Bene, riforme e rinnovamento sono vitali. Altrimenti è disincanto.

A confermare come stanno le cose è il Centro Studi sul Futuro della Democrazia dell’Università di Cambridge che ha condotto una ricerca monstre, pubblicata qualche giorno fa, in 160 paesi nel mondo per un totale di quasi 5 milioni di intervistati.

In particolare, la fatica da democrazia è più evidente nei Paesi dell’America Latina, in quelli Anglosassoni, nell’Africa sub-Sahariana e nei Paesi dell’Europa meridionale, tra cui c’è l’Italia. Il rischio è che, mancando di memoria storica rispetto alle dittature del passato, la tentazione di assestare un colpo secco al sistema è altissima.

Per contro, le forze moderate sono in netta difficoltà perché non riescono ad assorbire la scossa. Per esempio, le democrazie che hanno eletto leader populisti di destra e di sinistra hanno visto crescere l’indice di gradimento di circa il 16 per cento tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Donald Trump fa eccezione.

Il collante di questo gigantesco vaffa sono le disuguaglianze sociali sempre crescenti. Tradotto, se le possibilità di farsi una vita non dipendono dal merito, dal duro lavoro, dallo spirito imprenditoriale e dalla voglia di mettersi in gioco, ma da ricchezza e privilegi posizionali, il senso di ingiustizia sociale cresce insieme all’angoscia per il futuro. 

E così le forze populiste hanno la strada spianata. E attenzione, la colpa non è dei social. Certo, amplificano e possono distorcere il messaggio contribuendo a falsare il dibattito pubblico e lo scollamento generazionale. Ma sono solo un sintomo di un malessere sociale diffuso e profondissimo che il Covid sta facendo esplodere in tutta la sua virulenza. Infatti, il punto è che se il tessuto sociale avesse avuto gli anticorpi necessari, leggi maggiore giustizia sociale, i social avrebbero avuto il fiato corto e, forse, ben altra funzione d’uso. 

Il problema adesso, spiegano gli analisti, è cercare di capire la ricaduta nel lungo periodo delle politiche populiste che, fino a prova contraria, nessuno conosce davvero, e questo anche se le crisi della democrazia sono cicliche. Il messaggio insomma è chiarissimo: non si può correre il rischio di buttare tutto alle ortiche per il privilegio di pochi. Anche perché è forse proprio in questa corsa verso l’ignoto che la protesta trova la sua forza. Cambiamento si e subito. Ma non pur che sia. 

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