martedì, 24 Novembre, 2020
Considerazioni inattuali

Asini insipienti

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Si chiama asino sapiente, colui o colei che sa ma è come se non sapesse, che sa senza capire – quante siano le cose che studi o ripeta in un solito, vuoto esercizio di memoria; eppure non possiede alcuno spessore, nessun pensiero, nessuna forma di personale proairesis. Dunque l’asino semmai è ignorante, direte voi. E no, perché è proprio in quell’ossimoro che sta tutto il significato dell’espressione. Per riconoscerlo basta coglierne la presunzione roboante, neanche troppo nascosta dalla dichiarata – solo a parole – umiltà. 

L’asino sapiente non rifà il suo orientamento alla docta ignorantia (di S. Agostino e celebre grazie al De docta ignorantia di Nicolò Cusano) cioè al Io so di non sapere socratico ma in realtà crede enormemente in sé stesso; si autocelebra, si adora – ed è storia vecchia che le vere intelligenze appartengano alle personalità più insicure, mentre i più convinti manchino di contenuto. L’asino sapiente lo riconosci perché non esprime una sola opinione che sia sua, ma parla con protervia di quelle altrui facendole proprie e travestendo questa mancanza di idee in uno sfoggio di modestia. In realtà l’unica modestia è probabilmente quella del suo intelletto: povero, e che si riempie soltanto grazie agli scritti, ai pensieri espressi dagli altri. Grazie ai libri che non usa per sviluppare un individuale punto di vista ma semplicemente per ricopiare ciò che ha letto. Non sarebbe catastrofico, forse, se chiunque fosse dotato di memoria potesse dirsi colto, intelligente? Porsi su di un piedistallo? Ma facoltà mnemoniche e cultura – intesa come nozionismo – non significano certo intelligenza. Esistono sapienti che accumulano nozioni ma non possono assolutamente considerarsi tali. Come pure sono tantissime le persone che ne sono prive – magari per mancanza dei mezzi necessari – eppure dotate di brillante intelligenza, di solito vicina ad un’autentica, effettiva umiltà. 

Un po’ l’antitesi del titolo di questo pezzo “Asini insipienti”; poiché l’insipienza non significa solo il contrario della sapienza formale: è la sua sostanza infatti ad essergli radicalmente antitetica. La stessa Treccani – per citare una fonte autorevole – definisce l’insipienza come “ignoranza” e pure “stoltezza intellettuale e morale, ottusità dello spirito, che s’accompagna spesso all’arroganza”. E non è certo mia intenzione con queste poche righe condannare in nessun senso l’ambizione di ciascuno di noi. Bensì proporvi e propormi di rivalutarla; o meglio, di rivalutarne i criteri. La competizione sfrenata – e talvolta patetica – che troppo spesso ne scaturisce, non rappresenta un merito o un valore. E non basta dircelo tra di noi: occorrerebbe finalmente metterlo in pratica questo principio di giustizia. Ed ingaggiare l’unica competizione utile: quella con noi stessi. In un momento storico in cui chiunque crede di poter fare il lavoro di chiunque, o averne i beni, o l’aspetto, è importante ricordacelo.

La società del consumismo ci ha insegnato che possiamo avere qualunque cosa o raggiungere qualunque obiettivo: basta volerlo. Ma se, come detto, non posso definirmi intelligente in virtù di una “cultura” nozionistica – allo stesso modo, in termini consumistici: se guadagno mille euro al mese non posso pretendere a tutti i costi (stricto sensu) una borsa o un cellulare che ne costa altrettanti, e magari solo perché ce l’ha qualcun altro; non posso avere gli occhi blu se sono nata con gli occhi neri o viceversa. E tutto ciò, per quanto ci appaia scontato e banale, rappresenta il pane quotidiano. Nell’epoca della negazione della realtà, i punti di forza non si fondano sulla capacità o sul valore ma sulla rabbia: su chi sa far meglio le scarpe all’altro, su chi vende meglio la propria “forma”. Nell’epoca della forma che vince sulla sostanza, basta far relazioni per vestire panni che non c’appartengono: ma sapete qual è il bello? Che si vede, ed anche molto bene.

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