martedì, 20 Ottobre, 2020
Remo Rapino vincitore del Premio Campiello
Cultura

Remo Rapino dopo la vittoria del Campiello: “Mi sono reso conto di aver scritto un libro d’amore”. Lo scrittore abruzzese e il suo Liborio continuano a mietere successi

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Pare quasi di vederlo Liborio, il “cocciamatte” del paese trascinare i suoi passi verso la sua casa sgarrupata, sotto il peso non solo dei suoi 84 anni che pure non sono pochi, ma di una esistenza vissuta ai margini, di quelle che sembrano destinate a non lasciare impronte su questa terra, e invece lo strambo, l’ultimo della fila sembra finalmente avere giustizia, può prendersi la rivincita e accennare persino un sorriso. Non saprà se i suoi occhi sono davvero come quelli di suo padre, così gli ripeteva sua madre, un padre mai conosciuto, ma ora la sua voce è forte, cattura e commuove.

È il protagonista amato, studiato, raccontato in tutte le sue molteplici sfumature grazie alla penna e al talento indiscusso di Remo Rapino che con il romanzo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” edito da Minimum Fax, si è aggiudicato la 58esima edizione del Premio Campiello. Un riconoscimento prestigioso per il poeta e scrittore abruzzese, nato a Casalanguida, residente a Lanciano, ex docente di storia e filosofia al liceo classico, con alle spalle, una intensa, apprezzata e premiata attività poetica e letteraria. Con questo ultimo lavoro ha varcato i confini regionali e nazionali mettendo d’accordo, fatto piuttosto raro, critica e pubblico, la giuria dei letterati e i 300 lettori che poi hanno decretato la vittoria di Rapino. È un libro che appassiona ed emoziona, che arriva dritto al cuore, che scuote anche le fibre più profonde, che quasi costringe il lettore a interrogarsi, a guardare dentro di sé e l’altro da sé con uno sguardo nuovo, più indulgente, privo di pregiudizi, e senza ipocrisie proprio come la “sguardatura” di Liborio. Lo strambo che per tutta la vita ha combattuto i troppi e ingiusti “segni neri” con una tenacia ostinata e con la semplicità disarmante di chi non vuole rassegnarsi alla sfortuna, che sembra invece accompagnare il suo cammino, ma aspira solo a un approdo di quiete. “La storia è fatta di tanti Liborio che la vivono e la respirano. Mi sono reso conto alla fine di aver scritto un libro d’amore, l’amore che accoglie e non respinge, che non teme chi è diverso”. Lo scrittore lancianese non ha solo inventato un personaggio ma un linguaggio inedito, sghembo, una lingua gergale, “bastarda” come lui stesso la definisce, per dare voce a chi non ne ha, a chi sceglie di raccontare la propria vita e lo fa attraversando la storia del novecento. Liborio ci consegna una visione alternativa di quei fatti, così come li ha vissuti, di pancia e di cuore. Un affresco straordinario disegnato da chi sta sull’ultimo gradino, quello più basso, quello dei quasi invisibili, da quella che Rapino chiama “periferia esistenziale”, un altro elemento che rende questo libro unico, ricco di suggestioni e di voci ai quali non è possibile rimanere indifferenti. La scuola elementare, l’apprendistato in una barberia, le case chiuse, la guerra, la resistenza, il lavoro in fabbrica, il sindacato, il manicomio fino alla solitudine della vecchiaia. È un racconto avvincente, ricco di umanità, quello del fiommista Liborio.

“Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” arrivato anche tra i 12 finalisti dello Strega è finalista anche al Premio Sila e al Premio Napoli, un grandissimo successo per lo scrittore abruzzese che ha dedicato il Campiello a suo padre, morto 10 anni fa “avrei voluto ci fosse, mancava solo lui” ha detto trattenendo a stento la commozione. E il suo “sono felice di essere felice” detto tra l’emozionato e l’incredulo a una sorridente Cristina Parodi davanti all’incantevole cornice di Piazza San Marco, salutato dagli applausi, resterà nella memoria di molti. “La prima sorpresa l’ho avuta durante la cerimonia di premiazione, quando ho sentito pronunciare il mio nome. Il Campiello è stato per me un regalo inaspettato, come quando ti bussano alla porta per consegnarti un dono inatteso. Nello stesso tempo, però, non dimenticherò mai, oltre all’applauso ufficiale, quello degli operatori che, a fine serata, ripulivano Piazza San Marco. Anche allora ho provato una grande commozione”,parole che esprimono la sensibilità, la spontaneità, l’attenzione per tutti, nessuno escluso, di Remo Rapino, artista e intellettuale fuori dagli schemi, dall’ironia sottile ma anche dalle plateali provocazioni, vicino ai più fragili e vulnerabili, interessato alla vita vera, semplice, autentica, priva di orpelli e di finzioni. Sono giorni intensi, frenetici per lo scrittore che dopo l’abbraccio della sua Lanciano che gli ha dedicato un “Grazie Remo” che troneggia nella piazza principale, non ha avuto tregua. La prima uscita ufficiale, lo scorso 15 settembre a Vicenza e poi una serie di impegni, a Sutri, invitato insieme al vincitore dello Strega Sandro Veronesi, dal sindaco Vittorio Sgarbi, e lo aspettano altri incontri, altre platee. Il Festival dei Matti a Venezia e pure un incontro con i detenuti di Poggioreale. 

“La bellezza di tutto questo è soprattutto il viaggio – commenta citando la poesia di Kavafis, Itaca – è l’aver conosciuto tante persone, dal più umile al più importante, aver goduto di luoghi e paesaggi, aver avuto occasioni di dialogo e di confronto che mai avrei immaginato. Viviamo tutti dentro un fiume che è la vita che scorre”. Il viaggio di Remo Rapino continua e, come direbbe Liborio “ma scine, vediamo che cazzo succede”.

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