martedì, 20 Ottobre, 2020
Politica

Taglio dei parlamentari: le ragioni del Sì e del No al referendum

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Domenica e lunedì  gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi sul referendum confermativo riguardante la riduzione del numero dei parlamentari già approvata dalle Camere.

Agli elettori sarà chiesto di votare a favore o contro la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione così come ratificata dal Parlamento. Se vincerà il Sì la Camera sarò ridotta da 630 a 400 deputati, e il Senato da 315 a 200 senatori, per una riduzione pari al 36,5%.

C’è un primo aspetto da considerare. Erano in pochi a scommettere nei mesi scorsi che il referendum avrebbe spaccato l’opinione pubblica e acceso un forte dibattito come è avvenuto nelle ultime settimane, visto che comunque la riforma era passata in Parlamento a larghissima maggioranza; si pensava che pochi avrebbero avuto il coraggio di mettere la faccia per contrastare una riforma che andava a “tagliare” quella che viene sprezzantemente chiamata la casta.  Meno parlamentari, meno costi, meno privilegi, chi avrebbe avuto il coraggio di opporsi a tutto questo, con il rischio di passare appunto agli occhi dei cittadini come difensore della casta e dei privilegi?

Invece incredibilmente si è costituito un fronte del No molto combattivo, che apportando nel dibattito ragioni di merito legate al rischio di una riduzione della rappresentanza, ha fatto leva su molti cittadini facendo passare il messaggio diametralmente opposto: ovvero che la riduzione dei parlamentari rischia di tramutarsi in un regalo alla casta, alle lobby, ai poteri forti,  e in un inganno nei confronti degli elettori. Al punto che quasi più nessuno è disponibile a scommettere, come all’inizio, su una vittoria scontata, plebiscitaria, quasi bulgara dei Sì.

E anche molti esponenti politici che inizialmente sembravano decisi a schierasi per il Sì inseguendo il sentimento popolare dominante, o quanto meno a non schierarsi per il No, improvvisamente sono usciti allo scoperto; e quasi tutti i partiti oggi si presentano all’appuntamento referendario spaccati, con una posizione di partito disconosciuta e criticata apertamente da autorevoli dirigenti, come nel caso del Pd, della Lega e di Forza Italia.

Insomma la partita è aperta.

Ma andiamo a vedere nei dettagli quali sono i punti principali che dividono i fautori del Sì da quelli del No.

LE RAGIONI DEL SI’

I sostenitori della riforma puntano su tre direttrici in particolare.

Il taglio dei costi: secondo il fronte del Sì con la riduzione dei parlamentari, si otterrebbe un risparmio complessivo di circa 500 milioni di euro a legislatura, pari a circa 100 milioni di euro all’anno. Inoltre si evidenzia la forte discrepanza fra l’Italia e gli altri Paesi europei dove le assemblee elettive sono composte da un numero più basso di rappresentanti. L’Italia sarebbe il Paese con il più alto numero di parlamentari, seguito dalla Germania che ne ha 700, dalla Gran Bretagna che ne ha 650 e dalla Francia che ne ha 600.

Parlamento più efficiente: Secondo i promotori del Sì oggi il numero eccessivo di deputati e senatori sarebbe il principale freno alla velocizzazione dei lavori parlamentari. Con la riduzione si otterrebbero anche tempi di discussione molto più brevi con meno polemiche e una partecipazione più attiva ai lavori.

Riforme: Il taglio dei parlamentari rappresenterebbe il primo passo verso una riforma complessiva dell’assetto istituzionale dello Stato. I sostenitori del Sì saffermano che, dopo anni di chiacchiere e di inutili tentativi andati a vuoto, oggi con la riduzione dei parlamentari si otterrebbe un primo importante risultato, un trampolino di lancio verso rifforme ancora più ambiziose, prima fra tutte il superamento del bicameralismo perfetto.

LE RAGIONI DEL NO

Crisi della rappresentanza: Quelli del No sostengono che la riforma andrebbe a ridurre l’unica Istituzione italiana, il Parlamento, espressione della volontà popolare. Una riduzione di questo tipo, con leggi elettorali senza preferenze e liste bloccate, non farebbe che limitare ancora di più le possibilità di scelta dei cittadini che si troverebbero un Parlamento composto da rappresentanti esclusivamente “nominati” dai capi-partito e sempre più da questi dipendenti e pilotati. C’è poi il concreto rischio di lasciare molti territori privi di rappresentanza.

Analisi dei costi: I sostenitori del No contestano anche i numeri legati al presunto risparmio che si avrebbe con la riduzione. Sulla base di uno studio realizzato dall’Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, il risparmio effettivo, calcolato al netto delle imposte e dei contributi pagati ai parlamentari, sarebbe irrisorio, pari allo 0,007 % della spesa pubblica. I numeri sono molto diversi da quelli del Sì e dimostrerebbero come il vero risparmio sarebbe di 285 milioni a legislatura e di soli 57 milioni annui. Il risparmio a carico di ogni cittadino risulterebbe pari al costo di un caffè. Inoltre i fautori del No contestano anche i dati relativi al numero di parlamentari italiani in proporzione al resto d’Europa. Evidenziando come i numeri propagandati dal Sì in realtà sarebbero falsati, in quanto non terrebbero conto delle differenze sostanziali legate ai sistemi monocamerali, con camere elettive e senati non eletti.

Assenza di riforme: Altro punto controverso riguarda l’efficienza dei lavori parlamentari che per i sostenitori del No non sarebbe affatto determinata dal numero dei parlamentari ma risentirebbe degli svantaggi prodotti dal bicameralismo perfetto. Quindi, anche con meno parlamentari, i tempi di approvazione delle leggi resterebbero identici. Un taglio del Parlamento, senza una riforma del bicameralismo e una diversificazione delle funzioni fra le due camere non servirebbe a nulla, se non a limitare il potere dei cittadini.

Queste le ragioni di merito, cui ovviamente si aggiungono quelle più squisitamente politiche. Una vittoria del No è vista da molti come un’occasione utile per dare una spallata al governo Conte proprio come avvenne nel 2016 nei confronti di Renzi. Una vittoria del Sì invece rafforzerebbe il Movimento 5Stelle che ormai da tempo è in forte crisi di identità, accusato sia dall’interno che dall’esterno, di essere più interessato a mantenere le poltrone e a restare al governo che a portare avanti le battaglie storiche e identitarie della prima ora. I grillini sperano con l’approvazione della riforma di tornare in sintonia con la base e con il Paese, rivendicando il merito di aver ridotto i privilegi della casta.

Peccato che molti oggi, la tanto detestata casta, la stanno vedendo riprodotta proprio in chi sta al governo, ancora di più dopo la stagione del Covid, delle leggi d’emergenza, dei pieni poteri e dell’estromissione del Parlamento dalle decisioni. Un Parlamento ridotto nei numeri e teleguidato dai leader di partito che fanno le liste e determinano così il destino degli eletti abolendo di fatto ogni loro legame con i territori e gli elettori, rischia di trasformarsi in un mero esecutore delle volontà di chi governa

(Lo_Speciale)

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