Il caso americano sui danni ai minori apre una questione che riguarda anche l’Europa: non soltanto i contenuti, ma il modo in cui le piattaforme vengono progettate e gli algoritmi che ne determinano la diffusione.
La cifra non è il punto
567 milioni di dollari. È quanto un tribunale del New Mexico ha imposto a Meta di versare per interventi destinati alla salute mentale dei giovani, dopo aver ritenuto la società responsabile dei danni collegati all’uso di Facebook e Instagram. La somma si aggiunge ai 375 milioni stabiliti cinque mesi prima: 942 milioni complessivi. Meta ha annunciato ricorso. Dei nuovi 567 milioni, 420 sono destinati a servizi di trattamento per i giovani. Il dato economico, però, è solo la superficie. La domanda decisiva è giuridica: una piattaforma deve rispondere anche di come il proprio prodotto è progettato, oltre che dei contenuti pubblicati dagli utenti?
Dai contenuti all’architettura
Per anni il dibattito si è concentrato sulla rimozione dei contenuti illeciti. Ora l’attenzione si sposta sul funzionamento del servizio: scrolling senza fine, autoplay, notifiche e raccomandazioni personalizzate sono scelte progettuali. Se servono ad aumentare permanenza e interazioni, diventano parte del modello economico dell’attenzione. È la direzione già imboccata dall’Europa.
Il 10 luglio la Commissione ha contestato preliminarmente a Meta una possibile violazione del Digital Services Act per il design potenzialmente capace di favorire un uso compulsivo di Instagram e Facebook, richiamando proprio infinite scroll, autoplay, notifiche e sistemi di raccomandazione. Bruxelles ritiene che Meta non abbia valutato e mitigato adeguatamente i rischi per il benessere fisico e mentale degli utenti, compresi i minori.
I minori sono il banco di prova
Nel New Mexico il tribunale ha disposto, tra le altre misure, un limite di 90 ore mensili per gli under 18, restrizioni alle notifiche, avvisi sui rischi, maggiore protezione nei rapporti con gli adulti, strumenti più efficaci per la verifica dell’età e limiti alle interazioni dei minori con i chatbot. Non sono invece state accolte alcune richieste di intervento diretto sugli algoritmi e sull’infinite scrolling.
Il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato all’Università di Salerno, legge la vicenda come un possibile cambio di paradigma. Le nuove tecnologie, sostiene, non possono essere governate con categorie nate per strumenti diversi. L’infinite scrolling, in particolare, elimina un naturale punto di arresto e può trasformare l’attenzione in un comportamento reiterato. Il punto non è demonizzare la tecnologia, ma stabilire se chi progetta un sistema capace di orientare i comportamenti debba rispondere anche dei rischi prevedibili di quella progettazione.
La neutralità delle piattaforme vacilla
Non è la prima crepa. A marzo, a Los Angeles, una giuria aveva ritenuto Meta e Google responsabili per la progettazione di Instagram e YouTube in una causa sull’uso compulsivo dei social da parte di una giovane, con un verdetto complessivo di 6 milioni di dollari, tra danni compensativi e punitivi. Il fronte è ora diventato molto più ampio. Il 10 agosto il Nono Circuito ha consentito di proseguire oltre 3.000 cause contro Meta, Google, TikTok e Snap per presunti meccanismi di progettazione capaci di favorire la dipendenza. La Section 230, hanno chiarito i giudici, può costituire una difesa, ma non un’immunità automatica per le controversie che riguardano il design del prodotto. Nello stesso giorno è stato respinto anche il tentativo di Meta di rinviare il processo federale promosso da 29 Stati, previsto oggi in California.
Il paradosso dell’informazione
La questione riguarda direttamente anche i giornali. Una testata registrata presso il tribunale opera dentro un sistema di responsabilità identificabile, con un direttore responsabile e, per determinate condotte, conseguenze anche penali. Le piattaforme non sono prive di obblighi, soprattutto dopo il DSA. Ma l’asimmetria resta: i giornali rispondono di ciò che pubblicano, mentre piattaforme capaci di veicolare una quantità sterminata di contenuti hanno storicamente distinto la propria responsabilità da quella di chi quei contenuti li produce. Oggi il problema è più preciso: non chiedere conto di ogni singolo post, ma delle scelte della piattaforma quando il rischio deriva anche dal modo in cui il servizio è costruito.
L’Europa può fissare il nuovo standard
Il DSA non nasce per vietare la tecnologia, ma per imporre alle grandi piattaforme di individuare e ridurre i rischi sistemici dei propri servizi. È qui che la partita americana incontra quella europea. La nuova frontiera della responsabilità digitale potrebbe essere allora questa: non soltanto chi produce il contenuto, ma chi costruisce l’ambiente nel quale quel contenuto viene selezionato, amplificato e riproposto. Il caso Meta non chiude il far west dei social, ma mette in discussione la pretesa di neutralità di chi progetta il territorio digitale. L’America affida sempre più questa battaglia ai tribunali. L’Europa ha già iniziato a trasformarla in una questione di regole. Ed è proprio su quel confine tra intermediazione e responsabilità che può nascere il prossimo standard globale.





