0

Roma invasa dalle specie aliene: parrocchetti e usignoli minacciano biodiversità e agricoltura

Specie aliene, a Roma cresce l’allarme: dai parrocchetti ai nuovi rischi per biodiversità e agricoltura
domenica, 9 Agosto 2026
3 minuti di lettura

A Roma e nel resto d’Italia aumenta la presenza delle specie aliene, con conseguenze che possono interessare biodiversità, agricoltura, ecosistemi e, in alcuni casi, salute umana. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è stato l’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali di Roma e provincia, che ha indicato nella prevenzione e nel monitoraggio gli strumenti principali per limitare la diffusione delle specie esotiche invasive.

I dati Ispra riportati dagli Agronomi mostrano le dimensioni del fenomeno: in Italia sono state introdotte oltre 3.800 specie esotiche e 3.699 risultano presenti sul territorio nazionale. Circa il 15% è costituito da specie invasive, capaci di produrre effetti sulla biodiversità, sugli habitat autoctoni e sulle attività agricole. Il ritmo delle nuove introduzioni è passato dalle 6 specie all’anno degli anni Settanta alle 25 del decennio in corso.

La globalizzazione, i commerci e anche banalmente i viaggi delle persone” hanno impresso un’accelerazione al fenomeno. Paola Muraro, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali di Roma e provincia, ha definito le specie esotiche invasive “una delle principali sfide per la tutela della biodiversità e degli ecosistemi urbani e rurali”. Gli Agronomi e i Forestali, ha spiegato, lavorano nello studio degli ecosistemi, nella gestione del verde urbano, nella protezione delle produzioni agricole e nel controllo del territorio. Da qui la richiesta di maggiore attenzione, informazione e prevenzione.

Parrocchetti, dai primi nidi agli stormi in città

Roma offre uno degli esempi più evidenti della trasformazione avvenuta negli ultimi decenni. Nei primi anni Novanta, secondo Muraro, a Villa Borghese erano presenti pochi nidi di parrocchetto dal collare. Oggi gli stormi hanno raggiunto numerose zone della Capitale e possono causare danni alle produzioni agricole, in particolare ai frutteti di mele e ai mandorli, oltre a interferire con alcune specie autoctone e con la fauna urbana. Il problema ha ormai superato i confini della città. “Hanno imparato a uscire dalla città e vanno verso le campagne”, ha spiegato Muraro. Gli alberi da frutta rappresentano una fonte di cibo, ma i parrocchetti possono danneggiare più prodotti: “Becchettano un frutto, lo rovinano, poi ne prendono un altro”.

Alle conseguenze sull’agricoltura si aggiunge l’impatto sulla vita urbana. Nei pressi della stazione della metropolitana di San Giovanni si trova un dormitorio di parrocchetti dal collare nel quale arrivano centinaia di esemplari. Secondo Muraro, il rumore raggiunge livelli tali da rendere difficile persino parlare per strada e costituisce un disturbo per i residenti. Gli stormi, inoltre, possono assalire in gruppo i rapaci.

L’usignolo del Giappone nei Castelli Romani

Il fenomeno non riguarda soltanto i parrocchetti. Nei Castelli Romani si è diffuso anche l’usignolo del Giappone. Gli studi disponibili collegano la sua presenza a esemplari sfuggiti o liberati dalla cattività, che hanno trovato condizioni favorevoli alla riproduzione. La popolazione risulta in costante espansione e può produrre effetti sugli ecosistemi locali. Esperienze internazionali documentate in Camargue, in Francia, mostrano che questa specie può esercitare una forte pressione sulla fauna nidificante, con la predazione di uova e pulcini appartenenti anche a specie protette.

Il precedente delle nutrie

Gli Agronomi hanno richiamato anche il caso delle nutrie, introdotte per gli allevamenti destinati alle pellicce. Una volta che una specie si è insediata e ha raggiunto una diffusione significativa, ha osservato Muraro, l’eradicazione può diventare molto difficile sotto il profilo tecnico, economico e sociale. Il regolamento europeo prevede prevenzione, monitoraggio ed eradicazione, ma per Muraro il primo strumento resta quello decisivo. Quando una specie ha ormai occupato un territorio molto ampio, infatti, le possibilità di intervento diventano più complesse. Da qui la necessità di investire nel controllo precoce e di coinvolgere istituzioni, cittadini e comunità scientifica.

“Non liberare pesci, pappagalli e specie esotiche”

Alla base del problema resta anche la responsabilità delle persone. Muraro ha ricordato che il tema dell’abbandono di animali esotici è meno conosciuto rispetto a quello di cani e gatti, ma pesci, pappagalli e altre specie non devono essere liberati nell’ambiente. Un rilascio sconsiderato può provocare conseguenze ecologiche, economiche e anche sanitarie. L’obiettivo, ha precisato la presidente dell’Ordine, “non è contrastare gli animali”, ma impedire che nuove introduzioni modifichino gli equilibri naturali e rendano più difficile la tutela della biodiversità.

Ogni rilascio irresponsabile può produrre effetti che durano decenni e che ricadono sull’intera collettività”, ha avvertito Muraro. Per questo gli Agronomi hanno indicato anche nell’educazione uno degli strumenti necessari: la scelta di prendere un animale comporta un impegno per tutta la durata della sua vita.

La prevenzione e una corretta cultura ambientale rappresentano, secondo l’Ordine, gli strumenti più efficaci per affrontare la diffusione delle specie esotiche invasive e proteggere la qualità della vita nelle città, il patrimonio naturale e le produzioni agricole del territorio.

Redazione

Redazione

“La Discussione” è una testata giornalistica italiana fondata nel 1953 da Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Italia moderna e leader di spicco nella storia politica del nostro paese.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti