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Il caso Roggero e lo smarrimento di un Paese

Il caso Roggero e lo smarrimento di un Paese

lunedì, 20 Luglio 2026
3 minuti di lettura

Caso Roggero. C’è un disorientamento diffuso, in questi giorni, che vale la pena osservare da vicino: non riguarda solo il destino dell’imputato Mario Roggero condannato a 14 di pena carceraria, ma il modo in cui milioni di italiani hanno provato a farsi un’opinione su questa vicenda.

Un uomo aggredito nella propria gioielleria, tre rapinatori in fuga di cui due morti per mano di Mario Roggero. La sequenza dei fatti è chiara, eppure la loro qualificazione giuridica ha prodotto una condanna che a molti istintivamente a caldo scricchiola.

Il primo elemento di smarrimento è tecnico, e non è colpa di nessuno: la differenza tra legittima difesa ed eccesso colposo, o tra un’azione compiuta nell’immediatezza della minaccia e una compiuta quando la minaccia si è già allontanata, appartiene al diritto penale, non a quello del pensiero comune di noi cittadini.

I giudici, in tre gradi di giudizio, hanno stabilito che i rapinatori erano fuori dal negozio ed in fuga quando sono stati raggiunti dai colpid’arma da fuoco: un dettaglio, di non poco conto che sposta secondo la Legge l’intera vicenda al di fuori de perimetro della legittima difesa, per quanto la paura e la concitazione del momento restino, sul piano umano, difficili da negare. Chi non ha dimestichezza di tecnica giuridica con queste distinzioni fa certamente fatica a capire come un uomo derubato e minacciato possa uscirne condannato a quasi quindici anni.

Il secondo elemento di confusione, forse più grave perché evitabile, è arrivato dalle istituzioni stesse. Il ministero della Giustizia ha prima annunciato l’avvio dell’istruttoria per la grazia, poi si è dovuto smentire in modo quasi surreale, dopo che il Quirinale ha richiamato il ministro Nordio per ricordargli che la decisione spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica.

Per un cittadino che segue la vicenda sui giornali o in televisione, il messaggio che arriva è contraddittorio: prima sembra che lo Stato stia per intervenire, poi che non possa farlo, poi che forse lo farà e comunque, non prima che sia chiara la motivazione della sentenza ma che sarà solo il Quirinale a decidere e agire. Difficile, in queste condizioni, distinguere ciò che è già accaduto e che verrà riportato nel dispositivo della sentenza da ciò che è soltanto annunciato, urlato, sperato o rivendicato politicamente.

A questo si aggiunge un terzo fattore, forse il più insidioso: la rapidità con cui la vicenda è stata trasformata in bandiera. Leader di partito che si contendono addirittura la possibile candidatura di Roggero alle prossime elezioni, raccolte firme, petizioni online, dichiarazioni quotidiane di esponenti politici di ogni schieramento. Tutto questo, comprensibile nella dinamica del dibattito pubblico, ha il difetto di anticipare un giudizio – quello sulla grazia – che per Costituzione appartiene a un solo organo, e di farlo prima ancora che siano note le motivazioni della sentenza definitiva. Il cittadino si trova così a dover scegliere una posizione su basi in gran parte emotive, perché le basi tecniche complete non sono ancora disponibili a nessuno.

Non è disonorevole, in questo contesto, ammettere di non avere una risposta netta. Il caso Roggero mette in tensione due valori che la maggior parte delle persone condivide contemporaneamente: il rispetto per il verdetto di tre gradi di giudizio, frutto di un accertamento che i singoli cittadini non hanno gli strumenti per ripercorrere per intero, e la comprensione umana verso chi ha reagito, forse in modo eccessivo, a una violenza subita nel proprio luogo di lavoro, davanti alla famiglia. Chi si schiera con troppa sicurezza su uno dei due poli, in un senso o nell’altro, probabilmente sta semplificando una vicenda che semplice non è.

Forse il compito più utile che si può chiedere, in questo momento, non è tanto scegliere una fazione, quanto aspettare chiarezza dalle istituzioni: che il ministero comunichi con precisione i confini del proprio ruolo, che la motivazione della sentenza venga resa nota al più presto, che la politica eviti di trasformare in comizio permanente una storia che riguarda anzitutto delle persone, i vivi e i morti di quella rapina.

Solo con informazioni complete e con un linguaggio istituzionale meno oscillante, il disorientamento potrà lasciare spazio a un giudizio più meditato, qualunque esso sia. Fino ad allora, la confusione collettiva non è un difetto dei cittadini: è, in buona parte, lo specchio di una comunicazione pubblica che ha fatto male il proprio mestiere e di alcuni politici che dovrebbero conoscere meglio le leggi che ci governano , portarne il rispetto di bandiera ed avere equilibrio di fronte alle istituzioni che loro stessi rappresentano.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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