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Guido Quici Presidente Cimo Fesmed

Liste d’attesa, CIMO-FESMED: “L’intramoenia è una risorsa sottoutilizzata, va riformata e rilanciata”

L’indagine dell’Istituto Piepoli per la FNOMCeO evidenzia che oltre la metà dei cittadini, quando non ottiene una prestazione del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, si rivolge al privato
venerdì, 17 Luglio 2026
1 minuto di lettura

Quando i cittadini non riescono ad accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, oltre uno su due (54%) si rivolge alla sanità privata. Solo il 9% sceglie l’attività libero-professionale intramoenia (ALPI), mentre il 7% rinuncia del tutto alle cure, una quota che, secondo l’ISTAT, sfiora il 10%. Sono alcuni dei principali dati emersi dall’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per conto della FNOMCeO e presentata a Roma.

La scelta positiva dell’intramenia

Per la Federazione CIMO-FESMED, questi numeri confermano come l’intramoenia rappresenti una risorsa ancora largamente sottoutilizzata, nonostante possa contribuire sia a migliorare l’accesso alle cure sia a rendere più attrattivo il lavoro nella sanità pubblica.

Quici: fare una scelta giusta

“Per anni l’intramoenia è stata indicata erroneamente come una delle principali cause delle liste d’attesa, ma questa indagine dimostra che i cittadini conoscono molto bene le vere criticità del sistema: la carenza di personale, le insufficienze strutturali e i problemi organizzativi”, afferma Guido Quici, presidente CIMO-FESMED. “In questo scenario, se non è possibile aumentare rapidamente l’offerta di prestazioni attraverso nuove assunzioni e il potenziamento delle strutture, l’ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare l’offerta assistenziale e ridurre i tempi di attesa. Allo stesso tempo, consente di rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente e costituisce un importante incentivo per trattenere i professionisti nel SSN. Perché questo accada, però, è necessaria una riforma profonda dell’attuale sistema”.

Un piano per la superintramoenia

Tra le proposte avanzate da CIMO-FESMED c’è il modello della cosiddetta “superintramoenia”, già sperimentato in Lombardia. “Consentire alle assicurazioni sanitarie di indirizzare i propri assistiti verso le strutture pubbliche, dove potrebbero essere visitati da medici al di fuori dell’orario di servizio, significa creare nuove opportunità professionali per i medici e generare risorse economiche da reinvestire negli ospedali pubblici”, prosegue Quici. “Si tratta di un modello che meriterebbe di essere esteso a livello nazionale”.

I dati del ministero

La Federazione richiama infine l’attenzione sul progressivo ridimensionamento dell’attività intramoenia. “I dati del Ministero della Salute evidenziano una tendenza ormai consolidata: tra il 2015 e il 2023 il numero dei medici che svolgono attività intramoenia è diminuito del 15%. Oggi l’ALPI è gravata da procedure burocratiche complesse e da un sistema di costi che assorbe fino al 70% di quanto versa il paziente. È quindi inevitabile”, conclude Quici, “che molti professionisti preferiscano esercitare nel proprio studio o nelle strutture private, dove trovano condizioni economiche più favorevoli e possono garantire ai pazienti quella continuità di rapporto che il Servizio sanitario nazionale, nelle condizioni attuali, fatica ad assicurare”.

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