Quando i cittadini non riescono ad accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, oltre uno su due (54%) si rivolge alla sanità privata. Solo il 9% sceglie l’attività libero-professionale intramoenia (ALPI), mentre il 7% rinuncia del tutto alle cure, una quota che, secondo l’ISTAT, sfiora il 10%. Sono alcuni dei principali dati emersi dall’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per conto della FNOMCeO e presentata a Roma.
La scelta positiva dell’intramenia
Per la Federazione CIMO-FESMED, questi numeri confermano come l’intramoenia rappresenti una risorsa ancora largamente sottoutilizzata, nonostante possa contribuire sia a migliorare l’accesso alle cure sia a rendere più attrattivo il lavoro nella sanità pubblica.
Quici: fare una scelta giusta
“Per anni l’intramoenia è stata indicata erroneamente come una delle principali cause delle liste d’attesa, ma questa indagine dimostra che i cittadini conoscono molto bene le vere criticità del sistema: la carenza di personale, le insufficienze strutturali e i problemi organizzativi”, afferma Guido Quici, presidente CIMO-FESMED. “In questo scenario, se non è possibile aumentare rapidamente l’offerta di prestazioni attraverso nuove assunzioni e il potenziamento delle strutture, l’ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare l’offerta assistenziale e ridurre i tempi di attesa. Allo stesso tempo, consente di rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente e costituisce un importante incentivo per trattenere i professionisti nel SSN. Perché questo accada, però, è necessaria una riforma profonda dell’attuale sistema”.
Un piano per la superintramoenia
Tra le proposte avanzate da CIMO-FESMED c’è il modello della cosiddetta “superintramoenia”, già sperimentato in Lombardia. “Consentire alle assicurazioni sanitarie di indirizzare i propri assistiti verso le strutture pubbliche, dove potrebbero essere visitati da medici al di fuori dell’orario di servizio, significa creare nuove opportunità professionali per i medici e generare risorse economiche da reinvestire negli ospedali pubblici”, prosegue Quici. “Si tratta di un modello che meriterebbe di essere esteso a livello nazionale”.
I dati del ministero
La Federazione richiama infine l’attenzione sul progressivo ridimensionamento dell’attività intramoenia. “I dati del Ministero della Salute evidenziano una tendenza ormai consolidata: tra il 2015 e il 2023 il numero dei medici che svolgono attività intramoenia è diminuito del 15%. Oggi l’ALPI è gravata da procedure burocratiche complesse e da un sistema di costi che assorbe fino al 70% di quanto versa il paziente. È quindi inevitabile”, conclude Quici, “che molti professionisti preferiscano esercitare nel proprio studio o nelle strutture private, dove trovano condizioni economiche più favorevoli e possono garantire ai pazienti quella continuità di rapporto che il Servizio sanitario nazionale, nelle condizioni attuali, fatica ad assicurare”.





