Dal “politicamente corretto” all’insofferenza. La lotta alle discriminazioni che diventa forzata

Nato con l’obiettivo di combattere discriminazioni e ampliare la rappresentazione, il politicamente corretto ha contribuito a importanti cambiamenti sociali. Ma gli eccessi e gli usi strumentali hanno alimentato una crescente insofferenza, finendo in alcuni casi per ritorcersi contro le stesse battaglie da cui era nato e favorendo anche la nascita del movimento anti-woke
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Negli ultimi anni il politicamente corretto ha preso una direzione ben diversa dagli obiettivi per cui era nato. Da strumento di maggiore attenzione verso il linguaggio e le dinamiche sociali si è trasformato in uno dei temi caldi dello scontro culturale contemporaneo. Un cambiamento alimentato non solo dai suoi sostenitori più convinti, ma anche dalle critiche verso quello che molti percepiscono come un uso eccessivo, strumentale o decisamente furbo della sensibilità sociale.

Certamente da un lato questa attenzione ha aiutato a combattere stereotipi e comportamenti realmente discriminatori. Dall’altro, però, ha fatto crescere un’insofferenza sempre più diffusa verso alcune sue applicazioni, viste da tanti come eccessivamente rigide o, peggio, trasformate in scorciatoie per ottenere consenso e visibilità. Il punto critico non è la tutela dei diritti in sé, ma il momento esatto in cui certe battaglie sociali si trasformano in strategie di comunicazione, con messaggi inclusivi usati non per convinzione, ma per costruirsi un’immagine pubblica impeccabile.

È proprio in questa zona grigia che è nato il movimento anti-woke, cioè la reazione di chi ha iniziato a vedere, in alcune espressioni della cultura woke, non più una semplice richiesta di rispetto verso le minoranze, ma un sistema di regole sociali sempre più intricato, dove basta una parola fuori posto o una battuta infelice per finire sul banco degli imputati del tribunale del web.

Perché il woke è nato. Le contraddizioni che lo hanno reso necessario
Per capire da dove arriva tutta quest’attenzione alla sensibilità bisogna fare un passo indietro. Per decenni, comportamenti oggi considerati inaccettabili erano semplicemente la normalità. La TV degli anni Ottanta e Novanta viveva di un’ironia costruita quasi interamente su stereotipi, come il personaggio cicciottello ridotto a macchietta, la donna vista e raccontata attraverso l’aspetto fisico e poco altro, le minoranze relegate a caricature o a ruoli di contorno. Anche cinema e comicità italiana non ne erano esenti con doppi sensi sessisti, battute su accenti regionali, orientamento sessuale, disabilità o caratteristiche fisiche, che facevano parte del repertorio comune. Il problema non era solo la singola battuta, ma il fatto che intere categorie di persone siano state raccontate per anni quasi esclusivamente attraverso degli stereotipi. Una maggiore attenzione alla rappresentazione ha, quindi, spinto media, aziende e istituzioni a chiedersi finalmente come stessero raccontando persone e identità rimaste a lungo nell’ombra.

Quando la sensibilità culturale diventa eccesso

Il dibattito si accende quando questa attenzione viene letta da alcuni come una caccia continua all’elemento discriminatorio da correggere, anche quando il contesto storico o culturale meriterebbe una lettura un po’ più sfumata. Un caso emblematico è il caso nato intorno al filmVia col vento”, finito nell’occhio del ciclone nel 2020 per come è stato rappresentato il sud americano durante la guerra civile e per alcuni stereotipi razziali nel film. Non è stato cancellato, ma temporaneamente ritirato da HBO Max e poi rimesso online con un’introduzione che ne contestualizzava il periodo storico. Per alcuni un modo intelligente di maneggiare i classici senza far finta che i problemi non esistano. Per altri, il simbolo di un’epoca in cui perfino i capolavori devono passare un esame di correttezza prima di essere riammessi in società.

Quando l’inclusività diventa slogan pubblicitario

C’è poi un altro ingrediente esplosivo ovvero il modo in cui la diversità è entrata sempre più prepotentemente nelle grandi produzioni culturali. Una sensibilità nata per dare voce a storie rimaste a lungo invisibili è diventata, in certi casi, anche una leva di marketing celata. Hollywood e l’industria dell’intrattenimento hanno capito al volo che l’inclusività non è solo una questione sociale, ma anche un ottimo generatore di attenzione, discussioni, visibilità e incassi.

Ed è qui che nasce una delle critiche più taglienti. Quando la diversità nasce in modo naturale dalla storia e dai personaggi arricchisce la narrazione. Quando, invece, sembra messa lì solo per intercettare il vento culturale del momento rischia di sembrare più un’operazione di vendita che un’esigenza narrativa vera. Un meccanismo che, in certi casi si ritorce contro il fenomeno in generale, alimentando proprio quella diffidenza che ha fatto crescere l’anti-woke.

Proprio a ragion di questo negli ultimi anni diversi casting hanno riacceso l’attenzione sul confine tra inclusività e fedeltà all’immaginario originale. È il caso della nuova serie di Harry Potter, dove la scelta di un attore di colore come Paapa Essiedu nel ruolo di Severus Piton ha “spaccato” in due il pubblico. Per alcuni rappresentava un’apertura coraggiosa e benvenuta, per altri una modifica difficile da conciliare con un personaggio dai tratti così specifici descritti dai libri. Senza considerare che tutti gli altri personaggi siano tremendamente fedeli sia ai libri che alla vecchia saga cinematografica.

Polemiche simili hanno accompagnato altre riletture di grandi classici, come la nuova Biancaneve interpretata da Rachel Zegler, attrice di origini latine, abbastanza in contrasto con l’immaginario collettivo della principessa con “la pelle bianca come la neve” o la scelta di un’interprete nera per Elena di Troia, “dalle bianche braccia” diceva Omero, nel nuovo film “Odissea” di Christopher Nolan. In tutti questi casi il dibattito gira sempre intorno alla stessa domanda ovvero quanto può cambiare un personaggio prima di spezzare il filo che lo lega all’immaginario che lo ha reso indimenticabile?

Il paradosso: il woke che nutre l’anti-woke

E qui nasce il paradosso in cui la percezione di un eccesso ha fatto esplodere l’anti-woke, la reazione di chi crede che certe forme di sensibilità sociale abbiano superato il confine tra attenzione e controllo totale. Una battaglia nata per combattere discriminazioni reali ha finito, in alcuni casi, per generare anche stanchezza e sospetto. L’uso del linguaggio inclusivo come vetrina di immagine o come scorciatoia per il consenso ha rafforzato l’idea che certe iniziative puntino più alla visibilità che al cambiamento vero.

Negli Stati Uniti il tema è stato cavalcato dalla destra conservatrice come bandiera dello scontro culturale, trasformando il woke in uno dei principali campi di battaglia politici. Il risultato è stata una spaccatura sempre più netta, con da una parte chi vede nel politicamente corretto un’evoluzione necessaria della società, dall’altra chi lo interpreta come una forma di pressione culturale soffocante. Forse servirebbe un po’ più di buon senso ed evitare di trasformare ogni opera, ogni parola o ogni scelta narrativa in una battaglia morale, perché il rischio è produrre l’effetto opposto, indebolendo proprio le conquiste che si volevano proteggere.

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