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Trump dice no a Riad, gli Stati Uniti evitano un nuovo fronte in Yemen

Trump dice no a Riad, gli Stati Uniti evitano un nuovo fronte in Yemen

domenica, 13 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Gli Stati Uniti non interverranno direttamente contro gli Houthi in Yemen. È il punto più significativo emerso nelle ultime ore dalla crescente escalation mediorientale. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto per almeno due volte a Donald Trump un intervento militare americano contro le forze Houthi, che nelle ultime settimane hanno rafforzato la propria presenza lungo la costa yemenita del Mar Rosso. La risposta della Casa Bianca è stata negativa.

Washington, smentendo qualsiasi contatto diretto con gli Houthi, ha tuttavia offerto a Riad un sostegno alternativo: condivisione dell’intelligence, assistenza nell’individuazione degli obiettivi e coordinamento militare. Il comandante del CENTCOM, ammiraglio Brad Cooper, si è recato in Arabia Saudita per discutere la situazione con le autorità del Regno. La linea americana appare dunque orientata a sostenere l’alleato senza assumere direttamente la conduzione delle operazioni contro gli Houthi.

La decisione arriva mentre il quadro regionale continua a deteriorarsi. Le forze Houthi, sostenute dall’Iran, hanno raggiunto l’isola di Perim, nel Bab el-Mandeb, uno dei principali chokepoint marittimi mondiali. Il controllo dell’isola consente di aumentare la pressione su una rotta essenziale per il traffico commerciale tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Gli Houthi hanno inoltre dichiarato che la navigazione resta consentita alla maggior parte delle navi, con un’eccezione per quelle legate all’Arabia Saudita.

La pressione su Riad è aumentata anche dopo l’attacco con droni contro l’oleodotto East-West, infrastruttura strategica che permette all’Arabia Saudita di esportare petrolio evitando lo Stretto di Hormuz. Riyadh ha deciso di sospendere temporaneamente il funzionamento della condotta, che negli ultimi mesi trasportava tra 4 e 5 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4-5% dell’offerta mondiale. L’attacco sarebbe partito dall’Iraq, mentre Donald Trump ha dichiarato oggi di ritenere «probabilmente» responsabile l’Iran.

Anche Baghdad ha reagito, chiudendo in via precauzionale il valico di Shalamcheh, uno dei principali punti di passaggio tra Iraq e Iran, mentre sono state avviate indagini sull’origine dei droni. Riyadh, pur riservandosi il diritto di adottare «tutte le misure necessarie» per proteggere la propria sicurezza e le proprie infrastrutture, ha per il momento evitato una rappresaglia diretta, anche su richiesta del governo iracheno.

La scelta di Trump assume quindi un rilievo particolare. Dopo mesi di guerra con l’Iran, Washington sembra voler evitare che il conflitto si trasformi in una guerra regionale senza limiti. L’amministrazione americana continua a perseguire i propri obiettivi nel confronto con Teheran, ma appare contemporaneamente interessata a impedire che l’avanzata degli Houthi costringa gli Stati Uniti ad aprire un nuovo teatro operativo.

Il problema è che la pressione militare si sta ormai esercitando contemporaneamente sui due grandi passaggi marittimi della regione: Hormuz a nord e Bab el-Mandeb a sud. La crisi non riguarda più soltanto il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza delle principali arterie energetiche mondiali nonché due rotte strategiche del commercio internazionale.

La conseguenza è già visibile sui mercati. Il prezzo del Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre i costi del trasporto delle petroliere hanno raggiunto livelli record. L’Agenzia internazionale dell’energia ha inoltre rivisto al ribasso le previsioni sull’offerta mondiale per il 2026, stimando una contrazione di 5,7 milioni di barili al giorno.

In questo scenario, il «no» di Trump a Riad potrebbe dunque rivelarsi più importante di quanto appaia. L’Arabia Saudita chiede agli Stati Uniti di intervenire direttamente contro una forza sostenuta da Teheran, mentre Washington sceglie per ora di non oltrepassare quella soglia. Il conflitto continua così ad allargarsi sul piano geografico, ma la Casa Bianca sembra ancora intenzionata a mantenere un limite alla propria esposizione militare diretta.

Intanto, però, Hormuz e Bab el-Mandeb sono sempre più vicini a diventare due facce della stessa crisi: una crisi capace di trasformare il conflitto mediorientale in uno shock energetico di portata globale.

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