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Sassonia-Anhalt, il voto che può rompere il sistema

Sassonia-Anhalt, il voto che può rompere il sistema

domenica, 13 Settembre 2026
3 minuti di lettura

Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt non può essere letto soltanto come l’ennesima avanzata della destra radicale tedesca. Il 43,8% ottenuto dall’AfD, con 39 seggi su 83, rappresenta qualcosa di più di una vittoria elettorale: è la manifestazione di una frattura profonda tra una parte consistente della società e il sistema politico che pretende di rappresentarla. La CDU crolla al 17,2%, perdendo quasi venti punti, mentre l’affluenza raggiunge il 77,8%, il livello più alto registrato nel Land dal 1989.

Il dato politico e la rottura sociale

Il dato politicamente più rilevante, tuttavia, è la composizione del consenso dell’AfD. La destra radicale non intercetta più soltanto il voto conservatore, nazionalista o orientale, ma penetra anche nei settori popolari tradizionalmente legati alla sinistra e, soprattutto, alla socialdemocrazia. Tra gli operai l’AfD arriva al 59%, mentre la SPD si ferma al 6%; tra gli impiegati raggiunge il 46%, contro l’8% della SPD.

È questo il punto di rottura. L’AfD sta occupando uno spazio che storicamente apparteneva alla sinistra: quello della protesta sociale e della rappresentanza dei ceti produttivi. La SPD, pur mostrando una lieve crescita nelle seconde preferenze, non sembra più in grado di trasformare le proprie categorie tradizionali – lavoro, protezione sociale e sicurezza economica – in una proposta capace di riconquistare il proprio elettorato.

Crisi di rappresentanza e prospettive

Il fenomeno riguarda quindi la rappresentanza prima ancora che l’ideologia. Quando un partito riesce a raccogliere consensi tanto dalla destra tradizionale quanto da segmenti dell’elettorato popolare che un tempo votavano SPD, significa che la vecchia geometria politica sta perdendo capacità esplicativa. Il voto diventa così uno strumento di rottura nei confronti di un sistema percepito come incapace di correggere la propria traiettoria.

Molti degli elettori che votano AfD non si sono necessariamente radicalizzati nelle loro convinzioni, ma hanno semplicemente trovato in quel partito l’unico canale attraverso cui esprimere un disagio che i partiti tradizionali non sono più in grado di intercettare.

L’AfD si inserisce precisamente in questo vuoto. La sua forza non deriva soltanto dalla questione identitaria o dall’immigrazione, ma dalla capacità di collegare temi differenti in una narrazione di cambiamento: il lavoro, il costo dell’energia, la crisi industriale, la sicurezza e il rifiuto della trasformazione green. La promessa di riportare competitività alla Germania, anche attraverso un diverso rapporto con gli idrocarburi e il gas russo, si salda così alla richiesta di una politica migratoria più restrittiva e alla ricerca di una rinnovata identità nazionale.

La crisi della CDU e quella della SPD rappresentano, in questo senso, due facce della stessa difficoltà. La prima perde il proprio elettorato conservatore verso destra; la seconda non riesce più a impedire che una parte dei ceti popolari cerchi altrove una risposta alle proprie condizioni materiali. L’AfD non sottrae quindi voti soltanto a un singolo partito: mette in discussione la capacità complessiva del sistema tradizionale di trasformare il conflitto sociale in rappresentanza politica.

Da questo punto di vista, il risultato della Sassonia-Anhalt assume una dimensione nazionale. Il problema tedesco non è soltanto la crescita dell’AfD, che i sondaggi indicano ormai come forza di maggioranza relativa a livello nazionale, ma la progressiva perdita di capacità dei partiti tradizionali di interpretare domande economiche, sociali, territoriali e identitarie. Quando questo meccanismo si spezza, il voto antisistema diventa il punto di convergenza di istanze diverse.

Resta il problema del governo. Con 39 seggi l’AfD è lontana dalla maggioranza assoluta, fissata a 42 deputati. Gli altri partiti dovranno quindi costruire una maggioranza alternativa, mentre il principio di non collaborazione con l’AfD rappresenta il principale vincolo politico.

Ma qui emerge il paradosso: il sistema può impedire all’AfD di governare senza necessariamente ridurne il consenso. Se quasi metà dell’elettorato sceglie una forza che gli altri partiti considerano non coalizzabile, una maggioranza costruita contro di essa può risolvere il problema parlamentare, ma non quello politico.

La vera partita riguarda dunque la ricostruzione della rappresentanza. Finché una parte crescente della società continuerà a percepire i partiti tradizionali come incapaci di modificare ciò che considera essenziale, l’AfD continuerà ad alimentarsi del loro fallimento.

E il voto in Sassonia-Anhalt potrebbe non essere che l’inizio di una sequenza più ampia. Il 20 settembre si voterà infatti anche in Meclemburgo-Pomerania dove i sondaggi attribuiscono all’AfD il 38%, più del doppio rispetto al risultato del 2021. Nello stesso giorno si voterà a Berlino, dove l’AfD è accreditata del 18%, anch’essa circa il doppio rispetto al 2023. Ma il dato più significativo della capitale è forse un altro: Die Linke, con il 21%, precede attualmente la CDU, ferma al 20%. La sinistra del sociale può dunque diventare il primo partito nella capitale federale.

La simultaneità di questi appuntamenti rende il quadro ancora più significativo. Se la CDU dovesse continuare a perdere consenso nei Länder e contemporaneamente l’AfD consolidasse la propria espansione a destra potrebbe entrare in crisi l’intero equilibrio sul quale si è costruita la Repubblica federale del dopoguerra.

La previsione di una progressiva dissoluzione della CDU potrebbe essere letale per Mertz, aprendo in potenza la strada a movimenti interni in grado di generare una crisi governo.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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