C’è una scena che si ripete, quasi identica, in moltissime famiglie italiane. Una ragazza entra nell’adolescenza, arriva il primo ciclo mestruale e, prima o poi, qualcuno pronuncia la frase diventata quasi un rito: “È il momento di fare una visita dal ginecologo”. Succede con naturalezza. Lo consigliano le madri, il pediatra, talvolta il medico di famiglia. La visita non serve necessariamente perché ci sia un problema, ma perché la prevenzione è considerata parte integrante della crescita.
Immaginiamo ora la stessa scena con un ragazzo. Arriva la pubertà, il corpo cambia, i genitali si sviluppano, la sessualità inizia a diventare una dimensione importante della vita, ma nessuno dice: “Forse sarebbe il caso di fare una visita dall’andrologo”. Nella maggior parte dei casi quel momento semplicemente non arriva mai. È un’assenza talmente radicata nella nostra cultura da apparire normale, ma non lo è.
Un divario che nasce molto prima dell’età adulta
La differenza tra uomini e donne nel rapporto con la prevenzione sanitaria non nasce a quarant’anni, quando gli uomini iniziano a trascurare i controlli. Nasce molto prima, durante l’adolescenza. Per le ragazze esiste un percorso quasi automatico verso il ginecologo, mentre per i ragazzi manca perfino la consapevolezza che esista uno specialista dedicato alla salute dell’apparato riproduttivo maschile.
Secondo una recente indagine di Laboratorio Adolescenza e dell’Istituto IARD circa il 90% dei ragazzi tra i 13 e i 19 anni non ha mai effettuato una visita andrologica, mentre uno su quattro non sa nemmeno che cosa faccia un andrologo. Numeri che raccontano un enorme vuoto culturale ancora prima che sanitario.
Eppure l’andrologo, per un uomo, rappresenta ciò che il ginecologo è per una donna, ossia il medico che si occupa dello sviluppo puberale, della salute dei genitali, della fertilità, degli aspetti ormonali e della sessualità. La differenza è che nessuno insegna ai ragazzi quando dovrebbero incontrarlo.
Non è solo un problema italiano
Potrebbe sembrare una peculiarità del nostro Paese, ma non è così. La letteratura scientifica internazionale descrive da anni un fenomeno molto simile negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, in Australia e nei Paesi del Nord Europa. In tuti questi luoghi gli uomini ricorrono meno frequentemente alla medicina preventiva, tendono a minimizzare i sintomi e si rivolgono al medico solo quando un problema diventa evidente.
Le ragioni sono molteplici. Da un lato pesa un modello culturale di mascolinità che associa la richiesta di aiuto a una forma di debolezza. Dall’altro manca un momento preciso che introduca i ragazzi nel percorso della prevenzione, come invece avviene naturalmente per le ragazze con le mestruazioni.
Quando la visita di leva faceva anche prevenzione
L’Italia, tuttavia, presenta una criticità aggiuntiva. Fino ai primi anni Duemila quasi tutti i giovani italiani affrontavano la visita medica per il servizio militare obbligatorio. Non era stata pensata come uno screening andrologico, ma di fatto lo diventava. Molti varicoceli, anomalie testicolari, problemi dello sviluppo puberale o altre patologie venivano scoperti proprio in quell’occasione.
Con la sospensione della leva obbligatoria, quel controllo è scomparso. Il Ministero della Salute e diverse società scientifiche hanno più volte sottolineato che la sua abolizione ha lasciato un vuoto che non è mai stato colmato da un programma strutturato di prevenzione dedicato agli adolescenti.
Il paradosso: le malattie ci sono, ma nessuno le cerca
Il problema è che molte patologie andrologiche non provocano dolore. Un ragazzo con un varicocele può sentirsi perfettamente bene. Lo stesso vale per diverse anomalie dello sviluppo testicolare o ormonale. Eppure proprio queste condizioni, se trascurate, possono influenzare la fertilità futura o richiedere trattamenti più complessi in età adulta. Per questo gli specialisti insistono sul concetto di prevenzione, non perché tutti i ragazzi abbiano una malattia, ma perché alcune patologie possono essere corrette facilmente se riconosciute in tempo.
I dati della Società Italiana di Andrologia
Le campagne di prevenzione organizzate negli ultimi anni dalla Società Italiana di Andrologia (SIA) offrono una fotografia molto chiara della situazione. Attraverso oltre 144.000 visite gratuite effettuate sul territorio nazionale, gli specialisti hanno osservato che il 25% – 30% degli adolescenti tra i 13 e i 18 anni presenta almeno una patologia andrologica, che merita attenzione clinica. Il dato comprende condizioni molto diverse tra loro, dal varicocele alle alterazioni dello sviluppo puberale, fino ad altre anomalie dell’apparato genitale.
Ancora più significativo è un altro numero. Durante le campagne di prevenzione gli under 20 rappresentano appena il 2% delle persone che si sottopongono spontaneamente a una visita andrologica. In altre parole, proprio la fascia di età nella quale sarebbe più utile effettuare un controllo è quella che vi accede meno.
Negli ultimi anni qualche segnale positivo sembra comunque emergere. Secondo una recente indagine presentata dalla stessa SIA, circa il 73% dei giovani italiani non ha ancora mai effettuato una visita andrologica. È una percentuale ancora molto elevata, ma inferiore rispetto alle rilevazioni precedenti, segno che le campagne di sensibilizzazione stanno probabilmente iniziando a produrre qualche effetto.
Perché continuiamo a considerarlo normale?
Forse la domanda più interessante non è perché i ragazzi non vadano dall’andrologo. La vera domanda è perché la società continui a considerarlo normale. Abbiamo imparato, giustamente, che una visita ginecologica rappresenta un momento importante nella crescita di una ragazza. Nessuno pensa che significhi essere malata, è semplicemente un controllo di salute.
Per i ragazzi, invece, continua a prevalere un’idea opposta: se non c’è dolore, se non c’è un problema evidente, allora non serve alcuna visita. È un modo di pensare che la medicina moderna sta progressivamente mettendo in discussione.
Un cambiamento culturale prima ancora che sanitario
Gli andrologi non propongono di medicalizzare l’adolescenza maschile, né di sottoporre tutti i ragazzi a controlli continui. L’obiettivo è introdurre anche per loro una cultura della prevenzione.
Una singola visita tra i 15 e i 17 anni può verificare che lo sviluppo puberale sia regolare, individuare eventuali patologie silenziose, fornire informazioni corrette sulla fertilità e sulla sessualità e insegnare l’autopalpazione testicolare, uno dei gesti più semplici per favorire una diagnosi precoce del tumore del testicolo.
In fondo è questo il vero nodo della questione. Per decenni abbiamo considerato la salute riproduttiva femminile come qualcosa da proteggere fin dall’adolescenza, mentre quella maschile è rimasta affidata al caso, al pudore o, più spesso, alla convinzione che “se non dà fastidio, va tutto bene”.
Oggi sappiamo che non è così. E forse il passo più importante non è convincere tutti i ragazzi ad andare dall’andrologo, ma far capire alle famiglie, alla scuola e agli stessi medici che prendersi cura della salute maschile fin dall’adolescenza dovrebbe essere naturale quanto accompagnare una ragazza alla sua prima visita ginecologica. Perché la prevenzione, in fondo, non ha genere.
Leggi anche:





