Il 30 luglio 2026 Papa Leone XIV ha inviato una lettera al cardinale Ernest Simoni Troshani, già prigioniero del regime comunista albanese, in occasione della celebrazione della Santa Messa nell’ex campo di prigionia di Spaç. A quella lettera ha fatto seguito la commossa riflessione dello scrittore ed ex detenuto politico Visar Zhiti, anch’egli sopravvissuto a Spaç. Il dialogo ideale tra queste due voci offre l’occasione per riflettere sul significato della memoria, della libertà e della riconciliazione nella storia dell’Albania contemporanea.
Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla coscienza di un popolo. Spaç, l’ex campo di lavoro forzato della dittatura comunista albanese, è uno di questi. Tra quelle montagne, per anni, uomini innocenti furono costretti ai lavori nelle miniere, privati della libertà e spesso della vita. Eppure, proprio lì, dove il regime aveva tentato di soffocare ogni speranza, il 30 luglio scorso è risuonata nuovamente la celebrazione dell’Eucaristia.
A presiederla è stato il cardinale Ernest Simoni Troshani, che in quel luogo fu detenuto e perseguitato per la sua fedeltà al Vangelo. A questa celebrazione Papa Leone XIV ha voluto unirsi spiritualmente con una lettera intensa e sobria, destinata a rimanere tra i documenti più significativi del suo pontificato sul tema della memoria delle persecuzioni del Novecento.
Non si tratta di un semplice messaggio di circostanza. Il Pontefice restituisce a Spaç il suo autentico significato storico e morale. «Quel luogo, inciso nella memoria del popolo albanese, rimane una delle pagine più dolorose della sua storia», scrive. Ricorda che il sangue di quanti vi hanno sofferto e sono morti ha trasformato quella terra in una «silenziosa testimonianza di fedeltà, coraggio e speranza».
Sono parole che riconoscono il valore universale del sacrificio di centinaia di uomini, credenti e non credenti, sacerdoti, intellettuali, operai e giovani, vittime di uno dei regimi più duri dell’Europa comunista.
Il Papa non si limita alla commemorazione. Egli offre una chiave di lettura cristiana della storia. «Nessuna catena è tanto forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo, nessuna notte è tanto lunga da impedire l’alba che Dio prepara per i Suoi figli e nessuna prigione è tanto profonda da separare l’uomo dall’amore di Dio.» È forse il cuore della sua lettera. La libertà autentica non può essere distrutta dalla violenza del potere.
Quelle parole hanno trovato una risposta altrettanto intensa nella riflessione di Visar Zhiti, poeta e scrittore, anch’egli ex detenuto politico di Spaç, incarcerato durante la dittatura per una raccolta di poesie giudicata incompatibile con l’ideologia comunista.
La sua non è una risposta ufficiale, ma una testimonianza che nasce dall’esperienza vissuta. A colpirlo, prima ancora delle grandi immagini teologiche della lettera pontificia, sono due semplici parole con cui il Papa si rivolge al cardinale Ernest Simoni: «Venerato Fratello».
Per molti potrebbero sembrare una formula protocollare. Per chi è stato privato della propria dignità, insultato, perseguitato e ridotto a un numero di matricola, quelle due parole rappresentano invece una restituzione dell’umanità perduta.
«Fratello» e «venerato». Due parole che, scrive Zhiti, «ci mancano tanto».
Da esse riaffiorano i ricordi dei compagni morti nelle miniere, degli amici delle catene ormai invecchiati, delle ferite invisibili che il tempo non riesce a cancellare. È la memoria di un’intera generazione che il Papa, con poche righe, riesce a raggiungere.
Ma la riflessione dello scrittore non si ferma al passato. Essa diventa un’accorata denuncia del presente.
Zhiti osserva con amarezza come l’Albania non abbia ancora costruito una piena memoria pubblica della propria dittatura. Ricorda l’assenza di un Museo di Spaç, di un museo nazionale dedicato alla repressione comunista, la mancanza di film sulle rivolte dei detenuti politici, il silenzio che continua a circondare luoghi simbolo come Burrel, Tepelena e Savra. Ricorda anche come molta della letteratura nata nelle carceri e nei campi di lavoro, poesie, romanzi e traduzioni realizzate clandestinamente, resti ancora ai margini dei programmi scolastici e della cultura ufficiale.
La sua è una denuncia civile, non animata dal desiderio di vendetta, ma dalla convinzione che una nazione incapace di custodire la memoria finisca per perdere una parte della propria identità.
Ancora più doloroso è il riferimento ad alcuni ambienti intellettuali che, secondo Zhiti, continuano a guardare con ostilità gli ex prigionieri politici, quasi che la loro testimonianza rappresenti un’accusa permanente contro chi collaborò con il sistema o preferì il silenzio.
Sono pagine dure, attraversate però da una profonda tensione morale. Dopo aver descritto questa persistente incomprensione, Zhiti conclude con le parole pronunciate da Cristo sulla croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Poi aggiunge una domanda che resta sospesa e inquieta: «Oppure lo sanno fin troppo bene?».
È l’interrogativo che accompagna ogni società chiamata a fare i conti con il proprio passato.
Nella successiva lettera indirizzata personalmente a Papa Leone XIV, lo scrittore torna al tono della gratitudine. Ringrazia il Pontefice per aver ricordato tutti gli ex detenuti di Spaç attraverso la figura del cardinale Ernest Simoni e scrive una frase destinata a rimanere impressa nella memoria del lettore: «Anche Cristo era lì.»
Quattro parole soltanto
Esse racchiudono una teologia della storia e della sofferenza. Significano che Dio non è rimasto lontano dal dolore degli uomini, ma era presente accanto ai perseguitati, ai condannati, agli umiliati, come era presente sul Golgota.
La memoria di Spaç assume così una dimensione che supera i confini dell’Albania. Non riguarda soltanto una nazione che cerca ancora di riconciliarsi con il proprio passato, ma interpella tutta l’Europa, chiamata a custodire la memoria dei totalitarismi del Novecento.
Le parole di Papa Leone XIV e quelle di Visar Zhiti si incontrano su un punto fondamentale: la memoria non serve ad alimentare il rancore, ma a difendere la dignità dell’uomo. Ricordare significa impedire che l’ingiustizia venga banalizzata, che il sacrificio delle vittime venga dimenticato, che la libertà sia considerata un bene scontato.





