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Xi Jinping, Presidente Repubblica Popolare Cinese
Xi Jinping, Presidente Repubblica Popolare Cinese

Xi Jinping e il dilemma della successione cinese

mercoledì, 3 Giugno 2026
3 minuti di lettura

La storia della Cina contemporanea dimostra che la stabilità politica non coincide necessariamente con l’assenza di conflitti. Dopo Mao, il Partito Comunista ha attraversato numerose lotte interne, spesso invisibili all’opinione pubblica, ma decisive per gli equilibri del potere.

I leader della Cina dopo Mao

Dopo la morte di Mao Zedong nel 1976, la successione non fu affatto lineare. Hua Guofeng (1976-1981) fu il successore designato da Mao e guidò all’arresto della cosiddetta “Banda dei Quattro”, tuttavia non riuscì a consolidare il proprio potere e venne progressivamente emarginato.

Deng Xiaoping (fine anni ’70 – primi anni ’90) non fu mai formalmente capo dello Stato per lungo tempo, ma fu il vero uomo forte della Cina. Le sue principali innovazioni furono l’apertura all’economia di mercato, l’attrazione degli investimenti stranieri, lo sviluppo industriale, il mantenimento del monopolio politico del Partito Comunista. Deng comprese che la Cina doveva diventare ricca prima di diventare potente e che la sopravvivenza del sistema richiedeva due condizioni: crescita economica e successione ordinata della leadership. Le sue riforme trasformarono la Cina in una potenza economica mondiale, ma introdussero anche nuovi centri di potere legati al mercato, alle amministrazioni locali e ai grandi gruppi economici.

Jiang Zemin (1989 – 2002) salì al potere dopo gli eventi delle proteste di Piazza Tiananmen. Sotto Jiang la Cina entrò nell’economia globale, aumentò il condizionamento e il peso degli imprenditori, si rafforzarono le élite economiche. Fu il periodo in cui il capitalismo cinese iniziò a crescere in modo impetuoso.

Hu Jintao (2002 – 2012) guidò una fase più tecnocratica e la Cina divenne la fabbrica del mondo, una superpotenza commerciale, un paese sempre più influente, ma emersero anche problemi di corruzione diffusa, disuguaglianze, potere crescente delle oligarchie economiche, interessi consolidati nelle amministrazioni locali e nell’esercito. In sintesi con Jiang Zemin e Hu Jintao la Cina divenne più ricca e influente, ma anche più esposta alla corruzione e alla formazione di interessi particolari.

L’ascesa di Xi Jinping (dal 2012) può essere interpretata come una reazione a queste ultime tendenze. La sua azione politica mira a riaffermare il primato del Partito sul capitale, dello Stato sulle oligarchie economiche e della strategia nazionale sugli interessi particolari. In questo senso Xi non rappresenta una rottura con Deng, ma il tentativo di correggere alcune conseguenze inattese del suo modello. La sua analisi sembra essere stata che se si fosse continuato sulla strada di Hu e Jiang, il Partito avrebbe finito per essere catturato da gruppi di interesse economici e dalla corruzione. Per questo Xi Jinping ha lanciato una gigantesca campagna anticorruzione, ridotto il potere delle fazioni interne, riportato sotto controllo l’esercito, limitato l’autonomia dei grandi gruppi privati, rafforzato il ruolo ideologico del Partito.

Il paradosso di Xi Jinping

Da un lato Xi ha rafforzato lo Stato, ridotto fenomeni corruttivi molto gravi, impedito che oligarchie economiche sfidassero il partito, restituito capacità strategica al governo. Dall’altro ha concentrato moltissimo potere personale, eliminato molti meccanismi di successione collettiva creati dopo Mao, ridotto il ricambio della leadership. Questo produce stabilità oggi, ma può creare incertezza domani.

Il problema della successione

La concentrazione del potere nelle mani di un leader forte rafforza la capacità decisionale nel presente, ma rende più incerto il futuro. Quando il sistema dipende eccessivamente da una singola figura, la questione della successione diventa inevitabilmente più delicata. Deng Xiaoping aveva imparato una lezione dalla stagione maoista: nessun leader dovrebbe diventare indispensabile e per questo aveva favorito limiti di mandato, leadership collettiva, successioni relativamente prevedibili. Con Xi questo schema è stato in parte superato e oggi nessuno appare come erede designato evidente e Xi si appresta a svolgere il suo quarto mandato avendo abrogato il precedente limite imposto da Deng dei due mandati. Ed è qui che nasce la domanda: cosa accadrà dopo Xi? Non esiste una risposta certa. Il vero banco di prova della Cina non sarà probabilmente la crescita economica o la competizione con gli Stati Uniti, ma la capacità di garantire una transizione ordinata del potere dopo Xi Jinping. Se riuscirà in questo compito, la Cina dimostrerà di aver costruito istituzioni sufficientemente solide da sopravvivere ai propri leader. Se invece la successione dovesse trasformarsi in una lotta incontrollata tra fazioni, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini cinesi, coinvolgendo l’intero equilibrio mondiale.

Dunque una grande domanda e incognita del XXI secolo non è soltanto se la Cina diventerà la prima potenza del mondo, ma se saprà trasformare il proprio potere in una stabilità politica durevole. E questa domanda riguarda non solo Pechino, ma l’intera comunità internazionale.

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