Domenica milioni di colombiani torneranno alle urne per un’elezione presidenziale che si preannuncia decisiva e segnata da una profonda frattura politica. Nessuno dei 14 candidati sembra in grado di superare il 50% necessario per vincere al primo turno: il Paese si avvia così verso un ballottaggio il 21 giugno, quasi certamente tra Iván Cepeda, erede della sinistra di governo, e Abelardo de la Espriella, avvocato di estrema destra che ha modellato la propria immagine su Donald Trump e Nayib Bukele. La terza candidata, la conservatrice Paloma Valencia, appare ormai staccata.
I sondaggi confermano un testa a testa serrato: rilevazioni recenti collocano Cepeda poco sopra il 38–45%, con de la Espriella immediatamente dietro e in forte crescita, mentre Valencia oscilla intorno al 12–14%. In tutti gli scenari, però, Cepeda risulta vulnerabile al secondo turno, dove sia de la Espriella sia Valencia lo supererebbero.
La campagna si è svolta in un clima di violenza: un candidato è stato assassinato, si sono registrati rapimenti, attentati e decine di leader locali uccisi. La sicurezza è la principale preoccupazione degli elettori, in un Paese dove quest’anno sono stati documentati oltre 50 massacri e dove gli scontri tra gruppi armati continuano a mietere vittime.
Le proposte dei tre candidati riflettono la polarizzazione. De la Espriella promette una “mano durissima”, Cepeda punta sulla continuità con Petro e Valencia propone una linea intermedia.
Sul voto pesa anche la crisi economica, con imprenditori preoccupati per l’aumento dei salari, e il timore di intimidazioni nelle zone rurali. Lo scenario internazionale aggiunge ulteriore tensione: le relazioni tra Washington e Bogotá si sono incrinate sotto Petro, mentre gli USA continuano operazioni antidroga aggressive e guardano alle elezioni come a un possibile riallineamento geopolitico.





