L’economia italiana attraversa una fase di equilibrio delicato. Il Mezzogiorno continua a correre più del Centro-Nord grazie alla spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, mentre famiglie e imprese tornano a guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi. Sullo sfondo, però, resta un quadro che non consente facili ottimismi. La crescita dei consumi procede con cautela, le esportazioni risentono delle tensioni internazionali e la frenata dell’inflazione non basta a cancellare le incognite sul biennio successivo. È questa la fotografia che emerge dall’aggiornamento delle previsioni della Svimez e dagli ultimi indicatori diffusi dall’Istat su fiducia e prezzi al consumo. Il dato più rilevante riguarda il Mezzogiorno. Nel 2026 il Pil del Sud dovrebbe aumentare dello 0,8%, un ritmo superiore allo 0,7% previsto per il Centro-Nord. A sostenere la crescita è soprattutto il picco degli investimenti del Pnrr, che nelle regioni meridionali raggiungono i 9,3 miliardi di euro, tre miliardi in più rispetto al 2025, con circa la metà delle risorse destinata alle opere pubbliche. Gli investimenti rappresentano la componente più dinamica della domanda interna e alimentano soprattutto il comparto delle costruzioni, destinato a crescere del 6,2% nel Mezzogiorno contro il 4,6% del Centro-Nord.
Accanto agli investimenti, però, gli altri indicatori mostrano un ritmo meno sostenuto. La spesa delle famiglie continua a risentire dell’inflazione e registra un incremento contenuto, pari allo 0,8% nel Sud e allo 0,9% nel Centro-Nord. Le esportazioni, inoltre, rallentano sotto il peso delle tensioni geopolitiche e dell’incertezza che interessa il commercio internazionale. Per la Svimez, il quadro resta fortemente condizionato dall’evoluzione dello scenario globale e dall’andamento dei prezzi energetici, ancora influenzati dalle crisi nell’area del Golfo Persico.
Futuro incerto
L’elemento che suscita maggiore preoccupazione riguarda però il 2027. Con il progressivo esaurimento delle misure straordinarie del Pnrr, il Mezzogiorno perderebbe slancio. La crescita del Pil meridionale si fermerebbe allo 0,4%, dimezzandosi rispetto all’anno precedente e scendendo sotto il Centro-Nord, atteso allo 0,5%. Secondo la Svimez, il venir meno della spinta degli investimenti pubblici rischia di rallentare il processo di accumulazione del capitale proprio nelle aree che negli ultimi anni hanno beneficiato maggiormente del Piano. Per l’associazione il Pnrr non produce soltanto un effetto congiunturale. A differenza del Superbonus, che ha sostenuto soprattutto la domanda nel breve periodo, il Piano lascia un’eredità destinata a incidere sulla produttività, sulle infrastrutture economiche e sociali e sulla capacità amministrativa delle istituzioni. Le innovazioni introdotte nella gestione degli investimenti pubblici e la maggiore capacità di spesa costituiscono, secondo la Svimez, il patrimonio da preservare anche oltre la conclusione del programma europeo. Senza questa continuità il Paese rischia di tornare ai ritmi di crescita modesti che hanno caratterizzato i primi due decenni del secolo e di ampliare nuovamente il divario territoriale.
Fiducia positiva
In questo contesto arrivano, però, segnali incoraggianti dal clima di fiducia. L’indagine Istat di luglio registra un miglioramento sia tra i consumatori sia tra le imprese. L’indice relativo alle famiglie passa da 92,4 a 94,2, mentre quello composito delle imprese sale da 95,3 a 95,6. Tra i consumatori aumentano soprattutto il clima economico e quello futuro, mentre il clima personale e quello corrente mostrano un progresso più contenuto. Restano invece in territorio negativo i giudizi sulla situazione economica della famiglia e le valutazioni sull’opportunità di risparmiare nella fase attuale, segno che le difficoltà sul bilancio domestico non risultano ancora superate. Sul fronte produttivo, la fiducia cresce nella manifattura, nei servizi di mercato e nel commercio al dettaglio. Nell’industria migliorano le aspettative sulla produzione e le valutazioni sugli ordini, mentre nei servizi aumentano sia i giudizi sugli ordinativi sia quelli sull’andamento degli affari. Fa eccezione il comparto delle costruzioni, dove l’indice arretra rispetto a giugno e riflette un peggioramento delle prospettive sugli ordini e sull’occupazione.
Anche il fronte dei prezzi offre qualche elemento di sollievo. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a luglio l’inflazione rallenta al 2,8% dal 3% registrato a giugno. La frenata dipende soprattutto dal raffreddamento dei prezzi degli alimentari non lavorati e degli energetici non regolamentati, mentre continuano a esercitare una pressione al rialzo gli alimentari lavorati e gli energetici regolamentati. L’inflazione di fondo resta stabile all’1,6%, mentre quella acquisita per il 2026 raggiunge il 2,7%.





