Il Fondo monetario internazionale promuove i progressi dell’Italia sul fronte del consolidamento fiscale e della tenuta del sistema bancario, ma lancia al tempo stesso un avvertimento chiaro, chiarissimo: il debito pubblico resta elevato, la crescita rimane fragile e il contesto internazionale espone il Paese a rischi che potrebbero rallentare ulteriormente l’economia. Nella dichiarazione conclusiva della missione ‘Article IV 2026’, diffusa ieri al termine della visita degli ispettori del Fondo a Roma, il quadro delineato dal Fmi è quello di un’Italia che mantiene stabilità finanziaria e fiducia dei mercati, ma che continua a muoversi dentro margini stretti, con poche possibilità di errore. Il Fondo conferma per il 2026 e per il 2027 una crescita del Pil ferma allo 0,5%, in linea con il dato registrato nel 2025. A sostenere l’economia italiana hanno contribuito i consumi privati e gli investimenti collegati al Pnrr, ma il rallentamento della domanda globale, l’aumento dei prezzi energetici e il clima di instabilità geopolitica stanno comprimendo le prospettive di sviluppo. Il conflitto in Medio Oriente, secondo il Fmi, ha già avuto effetti concreti sull’economia italiana, riportando pressione sull’inflazione e riaccendendo volatilità sui mercati finanziari. Ad aprile 2026 l’inflazione è salita al 2,8%, anche a causa della forte dipendenza italiana dai combustibili fossili importati.
Il rapporto sottolinea come l’Italia resti particolarmente esposta agli shock energetici e alle tensioni internazionali. Un eventuale prolungamento della guerra in Medio Oriente potrebbe spingere ulteriormente verso l’alto i prezzi dell’energia, frenare consumi e investimenti e incidere sulla fiducia di famiglie e imprese. A pesare, secondo il Fondo, potrebbero essere anche nuove tensioni commerciali internazionali o eventuali correzioni dei mercati legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sul fronte interno, invece, il rischio principale riguarda possibili ritardi nelle riforme e nell’attuazione degli investimenti pubblici.
Consolidamento fiscale
Il Fondo riconosce comunque che negli ultimi anni il percorso di consolidamento fiscale ha prodotto risultati superiori alle attese. Nel 2025 il deficit è sceso al 3,1% del Pil, mentre l’avanzo primario ha raggiunto lo 0,8%. Un risultato sostenuto dall’aumento delle entrate fiscali e dal miglioramento della compliance tributaria. Nonostante ciò, il debito pubblico italiano continua a collocarsi attorno al 137% del Pil, uno dei livelli più alti dell’Eurozona. Per questo il Fmi ritiene necessario accelerare il percorso di riduzione del debito con un ulteriore sforzo fiscale pari all’1% del Pil tra il 2026 e il 2027 rispetto ai programmi già previsti dal Governo. Nella dichiarazione finale il Fondo invita Roma a puntare su una revisione più incisiva della spesa pubblica, sull’ampliamento della base imponibile e sul rafforzamento della digitalizzazione fiscale. Tra le misure indicate compare anche la richiesta di sostituire gli sconti generalizzati sulle accise di diesel e benzina con interventi mirati a favore delle famiglie economicamente più fragili. Per il Fmi, infatti, misure estese a tutta la popolazione rischiano di pesare sui conti senza produrre effetti selettivi sul potere d’acquisto.
Tra i punti considerati positivi figura invece la tenuta del sistema bancario italiano. Secondo il rapporto, gli istituti di credito hanno affrontato bene la fase di incertezza grazie a livelli elevati di capitale, buona qualità del credito e forte liquidità. Gli stress test condotti dal Fondo indicano la capacità del sistema di resistere anche a shock severi. Restano però vulnerabilità legate ad alcune banche minori e soprattutto al legame ancora forte tra debito sovrano e sistema finanziario.
Vigilanza macroprudenziale
Il Fmi chiede quindi un rafforzamento della vigilanza macroprudenziale, maggiore attenzione ai rischi cyber e ai crediti deteriorati e strumenti più incisivi per prevenire eventuali tensioni finanziarie future. Sul piano strutturale il Fondo torna a indicare come priorità l’aumento della produttività, il rafforzamento del mercato dei capitali e una maggiore partecipazione al lavoro, soprattutto per giovani e donne. Centrale anche il tema della formazione nelle competenze Stem e digitali, considerate decisive per sostenere innovazione e competitività. L’ultima indicazione riguarda la transizione energetica. Secondo il Fmi i recenti shock sui prezzi dimostrano la necessità di accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili, nello stoccaggio energetico e nell’integrazione del mercato elettrico europeo, così da ridurre la volatilità dei costi dell’energia e rafforzare la sicurezza energetica del Paese.





