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La “tartaruga di mare”: il ritorno dei talenti e la modernizzazione della Cina

mercoledì, 27 Maggio 2026
1 minuto di lettura

Tra i fenomeni più interessanti della Cina contemporanea vi è quello delle cosiddette haigui (海归), letteralmente “ritornati dal mare”, termine spesso tradotto poeticamente come “tartarughe di mare”. L’espressione indica i cinesi che studiano o lavorano all’estero — soprattutto negli Stati Uniti — e successivamente rientrano in patria portando con sé conoscenze tecnologiche, competenze manageriali, relazioni internazionali e capitale culturale.

La metafora della tartaruga marina è particolarmente efficace: come l’animale che attraversa grandi distanze per poi tornare al luogo d’origine per nidificare e riprodursi, così molti giovani cinesi partono verso l’Occidente senza però recidere il legame con la propria terra. A differenza delle grandi migrazioni europee dell’Ottocento e del Novecento negli Stati Uniti, spesso caratterizzate da un’emigrazione definitiva, il modello cinese si basa sul ritorno. Non una fuga, ma un apprendimento temporaneo finalizzato al rafforzamento nazionale.

Le radici di questo fenomeno affondano nella grande svolta geopolitica e strategica degli anni Settanta. Quando Richard Nixon visitò la Cina nel 1972 incontrando Mao Zedong, gli Stati Uniti cercavano soprattutto di separare Pechino dall’orbita sovietica. La frattura tra Cina e URSS era già profonda, e la diplomazia di Henry Kissinger comprese che un avvicinamento alla Cina avrebbe ridisegnato gli equilibri della Guerra Fredda. Da quel momento prese forma un rapporto ambiguo ma decisivo tra Cina e Stati Uniti.

Washington immaginava che l’apertura economica avrebbe gradualmente occidentalizzato la Cina anche sul piano politico. La leadership cinese, invece, aveva un progetto diverso: utilizzare il mercato, la tecnologia e persino alcuni strumenti del capitalismo per rafforzare la potenza nazionale senza abbandonare il controllo politico del Partito Comunista.

Deng Xiaoping e la strategia della modernizzazione

Fu soprattutto con Deng Xiaoping che questa strategia divenne sistematica. Deng comprese che la Cina, uscita impoverita e isolata dalla Rivoluzione culturale, aveva bisogno di scienza, industria e modernizzazione. Per questo incoraggiò migliaia di studenti e ricercatori a recarsi nelle migliori università occidentali, come il Massachusetts Institute of Technology, Stanford University e Harvard University.

Che cosa significa?

L’idea era molto pragmatica: imparare scienza, tecnologia, finanza e management occidentali, assorbire il funzionamento dell’economia capitalista, tornare in Cina per modernizzarla. La Cina, in sostanza, non voleva perdere queste persone in un’emigrazione definitiva. Voleva usarle come “ponti tecnologici” e culturali. Per questo il modello delle haigui è diverso dall’emigrazione classica italiana o europea dell’Ottocento: non si parte per “scappare”, ma per formarsi e poi rientrare con competenze, relazioni e capitale.

Deng Xiaoping e il progetto delle élite tecniche

Deng non voleva esportare gli ideali della rivoluzione comunista nel mondo come faceva in parte Mao, ma voleva creare sviluppo industriale, importare tecnologia, fare ricchezza, ottenere la stabilità del Partito Comunista. Perciò inviò studenti al Massachusetts Institute of Technology, Stanford University, Harvard University, nei laboratori americani e nelle aziende tecnologiche per cui molti futuri dirigenti cinesi hanno studiato o lavorato in Occidente.

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