È morto don Antonio Mazzi, educatore, sacerdote e attivista, fondatore di Fondazione Exodus e figura tra le più conosciute nel campo del recupero delle tossicodipendenze e dell’emarginazione giovanile. Aveva 96 anni. Si è spento nella sua storica casa all’interno del Parco Lambro, a Milano, il luogo che per decenni è stato il cuore della sua missione e della sua vita.
Percorso di responsabilità e dialogo
Nato a Verona nel 1929, don Mazzi ha dedicato ogni giorno della sua vocazione a chi la società tendeva a “scartare”. La sua non è mai stata un’opera di semplice assistenza, ma un percorso educativo fondato sulla relazione, sulla responsabilità e sulla convinzione che una rinascita fosse sempre possibile. Prete di strada, educatore fuori dagli schemi, giornalista e attivista, non si è limitato a fare il sacerdote: è stato, prima di tutto, un padre per tanti ragazzi feriti dalle dipendenze, dall’emarginazione e dalla solitudine.
Una infanzia difficile e la vocazione
Una vocazione nata anche da una ferita personale. Cresciuto senza padre, con una madre segnata dalla fatica del lavoro e dal dolore fisico, don Antonio raccontava di non aver “mai ricevuto un gesto di tenerezza” e di aver trascorso “Natali e Pasque in collegio perché a casa non si mangiava”. Bocciato per la condotta e considerato a lungo un ragazzo “irrecuperabile”, portò quel marchio sulla propria pelle. Ma proprio da quella esperienza nacque una scelta destinata a segnare tutta la sua esistenza: “Volevo farmi prete perché sarebbe stato il mio modo di fare il padre per chi non lo aveva”. La svolta arrivò nel 1951, davanti ai bambini colpiti dall’alluvione del Polesine. Fu allora che maturò una scelta di campo destinata a non cambiare più: stare dalla parte delle periferie dell’esistenza, accanto a chi aveva più bisogno di essere ascoltato e accompagnato.
Gli esordi in favore dei giovani e disabilità
Nel 1969, alla guida del Centro Professionale Don Calabria di Verona, diede vita alle prime case famiglia per giovani con disabilità e potenziò le attività di riabilitazione fisico-motoria. A partire dal 1970 approfondì le problematiche della disabilità attraverso una serie di esperienze e studi all’estero, dalla Columbia University negli Stati Uniti al centro di riabilitazione di Heidelberg, in Germania, passando per Olanda, Francia, Svizzera e Israele, dove visitò anche alcuni kibbutz. Nel corso della sua vita gli furono conferite tre lauree honoris causa in pedagogia.
L’esperienza di Milano
Ma fu Milano a rappresentare il capitolo decisivo della sua storia. Nel 1979 venne chiamato a dirigere l’Opera don Calabria di via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro, che all’epoca era considerato uno dei principali luoghi dello spaccio di droga in Europa. “Passeggiavo in mezzo a tappeti di siringhe e soccorrevo ragazzi sballati, a volte in fin di vita”, raccontava nelle interviste. Da quella esperienza nacque il Progetto Exodus.
La nascita della “Carovana Exodus”
Da lì prese forma un’avventura educativa destinata a crescere ben oltre i confini di Milano. La “Carovana Exodus”, progetto itinerante pensato come viaggio di rinascita e speranza per tanti ragazzi, divenne progressivamente una rete nazionale di comunità, centri diurni e poli educativi rivolti ad adolescenti, giovani e famiglie. Don Mazzi ha attraversato così decenni di cambiamenti sociali, adattando il proprio impegno alle nuove fragilità e alle dipendenze emergenti.
Il ricordo dei suoi ragazzi
A ricordarlo, nelle ore della morte, sono i ragazzi e gli educatori di Fondazione Exodus, che per anni hanno condiviso con lui battaglie, difficoltà e speranze. “Don Antonio ci ha insegnato a camminare, spesso controvento, ma sempre insieme”, hanno dichiarato. “Ci diceva sempre che ‘i giovani non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere’. Oggi quel fuoco è affidato a noi. Piangiamo un padre straordinario, burbero solo all’apparenza, ma dotato di una tenerezza infinita”.
L’esempio citato da Famiglia Cristiana
Anche Famiglia Cristiana ha voluto ricordare don Mazzi con le parole del direttore don Stefano Stimamiglio, che lo ha definito “appassionato e instancabile, interprete profondo del mondo giovanile”. “Don Antonio Mazzi ci ha lasciato. Prete appassionato del Vangelo e instancabile educatore, ha saputo stare accanto ai più fragili senza mai perdere la speranza nell’uomo”, ha scritto Stimamiglio, sottolineando come don Mazzi sia stato “interprete vero e profondo dell’attualità e del mondo giovanile” e amico sincero della testata e della Famiglia Paolina, con cui aveva condiviso il desiderio di annunciare il “Vangelo della strada” attraverso la comunicazione.





