Almeno 250 persone risultano disperse dopo l’affondamento di un’imbarcazione sovraccarica nell’Oceano Indiano, secondo quanto riferito da fonti umanitarie e autorità locali. A bordo viaggiavano migranti Rohingya in fuga dalle persecuzioni in Myanmar e cittadini bengalesi in cerca di migliori condizioni di vita. L’imbarcazione, partita giorni fa da una costa ancora non identificata con precisione, avrebbe lanciato segnali di emergenza prima di scomparire dai radar, lasciando poche speranze di ritrovare superstiti. Le operazioni di ricerca sono ostacolate dal mare agitato e dalla vastità dell’area in cui si presume sia avvenuto il naufragio.
Le ONG che monitorano le rotte migratorie nel Golfo del Bengala e nell’Oceano Indiano parlano di una tragedia annunciata. Negli ultimi mesi, il numero di partenze irregolari è aumentato in modo significativo, spinto dal deterioramento delle condizioni nei campi profughi in Bangladesh e dalla crescente disperazione delle comunità Rohingya. Le imbarcazioni utilizzate sono spesso vecchie, sovraffollate e prive di equipaggiamenti di sicurezza, rendendo ogni traversata un rischio estremo. Le organizzazioni umanitarie denunciano inoltre la mancanza di un coordinamento internazionale efficace per prevenire simili disastri.
Le autorità dei Paesi costieri hanno avviato ricerche con mezzi navali e aerei, ma ammettono che le possibilità di trovare sopravvissuti diminuiscono con il passare delle ore. L’UNHCR ha espresso “profonda preoccupazione” e ha invitato la comunità internazionale a intervenire con urgenza per affrontare le cause alla radice di queste migrazioni forzate. La tragedia riaccende il dibattito sulla protezione dei rifugiati Rohingya, una delle popolazioni più vulnerabili al mondo, spesso intrappolata tra persecuzioni, povertà estrema e rotte migratorie sempre più pericolose. Il naufragio nell’Oceano Indiano rappresenta l’ennesimo monito sulla crisi umanitaria in corso e sulla necessità di soluzioni condivise.





