Male gaze vs female gaze. Lo sguardo del cinema che influenza la nostra vita

Dal cinema classico hollywoodiano ai social network il concetto di “male gaze”, letteralmente “sguardo maschile”, introdotto nella critica cinematografica femminista da Laura Mulvey, continua a influenzare il modo in cui immaginiamo corpi, identità e desiderio
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Calano il silenzio e il buio in una sala cinematografica, lo schermo si accende e davanti ai nostri occhi prende vita una storia. Tutto sembra andare per il verso giusto, il film è interessante, quando ecco che compare un personaggio femminile, magari ripresa con una panoramica verticale dal basso verso l’alto, che indugia per qualche secondo sul suo corpo. Una figura dalla caratterizzazione superficiale, oggettificata e sessualizzata, il cui unico scopo è quello di essere un accessorio del protagonista maschile.

Lo sguardo secondo Laura Mulvey

Laura Mulvey, teorica del cinema femminista, nel 1975, nel saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”, per descrivere una situazione come questa conia il termine male gaze, con il quale si indica l’atto di dipingere una donna come mero oggetto per lo sguardo di un uomo eterosessuale. Secondo la Mulvey questo sguardo racchiude tre differenti prospettive: quella dell’uomo dietro la macchina da presa, quella dei personaggi della storia e, infine, quella dello spettatore.

I principali riferimenti per la studiosa riguardano sostanzialmente il cinema classico hollywoodiano, ma, in realtà, tale punto di vista è sempre esistito ed è rintracciabile anche in molti dei blockbuster usciti più recentemente. Basta pensare a personaggi come Harley Quinn, che in “Suicide Squad” del 2016 viene presentata attraverso inquadrature che sezionano il suo corpo, insistendo sulle gambe, sulla bocca, sui costumi succinti, mentre gli uomini la osservano come mero oggetto del desiderio. Stessa sorte tocca a Megan Fox nei panni di Mikaela in “Transformers” (2007) di Michael Bay, che, in una delle prime scene, è piegata a controllare il motore di un’auto mentre la macchina da presa scivola sul suo corpo con movimenti lenti, trasformando un gesto innocuo in un momento di pura oggettivazione sessuale. Fortunatamente per Harley Quinn le cose cambiano radicalmente in “Birds of Prey” nel 2020, dove non è più personaggio passivo alla mercè dell’uomo, ma diventa figura attiva, dalla psicologia ed emotività complesse, padrona della sua vita.

Negli ultimi decenni, infatti, come contronarrazione del male gaze, è nato il female gaze. Quest’ultimo, però, non vuole oggettificare gli uomini, quanto concentrarsi sull’interiorità dei personaggi, sui loro pensieri e sentimenti. Si restituisce complessità a quelle figure che sono sempre state considerate secondarie. E così facendo il female gaze apre una crepa nell’immaginario dominato dall’uomo.

Il male gaze oltre il cinema

Parlare di male gaze oggi significa interrogarsi su come guardiamo e su come siamo guardati in un mondo in cui l’immagine è diventata una delle componenti più importanti della nostra identità. Questi tipi di “sguardi” hanno permeato la nostra quotidianità, influenzando il nostro consumo di prodotti e il modo di vestire e di apparire sui social media. Come risposta sulle piattaforme di Instagram e TikTok sono numerosi i video di ragazze che partecipano a trend di “dressing for the female gaze”, un abbigliamento che tenga conto dello “sguardo femminile”. Ci si veste bene, cioè, non per piacere agli uomini e aderire a uno standard esterno, ma per se stesse e per uno sguardo altrui che non oggettivizzi, anzi che sia capace di comprendere anche il carattere della persona.

E’ importante ricordare che le logiche visive e culturali che contribuiscono a oggettificare le donne possono, in determinati casi, influenzare negativamente gli uomini, attraverso modelli di mascolinità fondati su forza fisica, successo e bellezza, con la conseguenza di spingere le persone a diventare qualcun altro solo per essere riconosciuto come dominante. In altre parole, attualmente sembrerebbe contare solo l’immagine, così che il modo in cui guardiamo e veniamo guardati non è mai neutro. Tenere in considerazione il male gaze significa imparare a riconoscere i meccanismi e le aspettative che modellano i desideri e le insicurezze delle donne e a domandarsi con quale “sguardo” è stata raccontata la storia che stiamo guardando in quel cinema. Perché ogni inquadratura è una scelta, ogni corpo mostrato o nascosto è un messaggio.

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