Donald Trump conferma la spettacolare operazione di sicurezza organizzata il mese scorso per lasciare Ankara dopo il vertice Nato, quando il presidente americano fu fatto salire davanti alle telecamere su Air Force One e poi trasferito di nascosto, attraverso un mezzo del catering aeroportuale, su un più piccolo aereo militare C-32A.
“Dipende esclusivamente dal Secret Service. Io seguo quello che vogliono fare”, ha spiegato Trump ai giornalisti, aggiungendo di essersi attenuto anche alle indicazioni dei militari. “Immagino ci fosse una minaccia. Non ho fatto troppe domande, ricevo molte minacce”. Il presidente ha sostenuto anzi che il velivolo sul quale fu trasferito potesse essere “a rischio maggiore” proprio perché gli aggressori avrebbero potuto prevedere il cambio.
Secondo le ricostruzioni della stampa americana, dietro la decisione c’erano informazioni di intelligence su una possibile operazione iraniana contro l’aereo presidenziale. La minaccia era considerata specifica e immediata e comprendeva il rischio di un attacco con un missile terra-aria portatile. Il cambio di programma sarebbe stato deciso nelle ultime ore del summit.
Rubio e Miller sull’aereo-esca
L’operazione apre però interrogativi sulla sorte degli altri passeggeri. Mentre Trump lasciava segretamente Air Force One, il velivolo decollò regolarmente verso la Gran Bretagna con a bordo, tra gli altri, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il vicecapo di gabinetto Stephen Miller, altri funzionari e i giornalisti della Casa Bianca, ignari che il presidente non fosse più sull’aereo. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth viaggiava invece su un altro velivolo insieme alla formazione presidenziale.
La Casa Bianca aveva comunicato all’epoca che Trump stava volando su Air Force One e la manovra è rimasta segreta fino alle rivelazioni del Washington Post. Il presidente, una volta raggiunta la base britannica di Mildenhall, tornò sull’aereo presidenziale prima di apparire nuovamente in pubblico.
“Hormuz è sotto il nostro controllo”
La vicenda riporta in primo piano il confronto con Teheran, mentre restano aperti i canali diplomatici per un’intesa sullo Stretto di Hormuz. “Non mi fido dell’Iran, hanno mentito costantemente”, ha detto Trump, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano ora “il controllo totale” dello Stretto: “Loro non hanno il controllo. Noi sì. È nostro”. E ha avvertito che l’Iran “non sarà più il bullo del Medio Oriente”.
A Teheran è intanto arrivato il ministro dell’Interno pachistano Mohsin Naqvi per colloqui con alti funzionari iraniani su sicurezza, relazioni bilaterali e iniziative diplomatiche regionali. Islamabad è tra i principali mediatori nel tentativo di riavvicinare Washington e Teheran.
Trump ha infine escluso una nuova candidatura nel 2028, nonostante abbia ammesso che gli “piacerebbe” correre ancora: “La legge è chiara”. Il XXII emendamento della Costituzione americana impedisce infatti a un presidente di essere eletto per più di due mandati.





