Il caso americano
Ci sono notizie che entrano nella cronaca e, quasi subito, diventano una questione di democrazia. È quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove CNN, MS NOW e POLITICO hanno portato in tribunale l’amministrazione Trump dopo l’esclusione dei loro giornalisti dalla Casa Bianca e la revoca degli accessi. La causa è stata depositata il 21 settembre davanti al tribunale federale di Washington. Le tre testate sostengono che il provvedimento violi il Primo Emendamento e chiedono di ripristinare l’accesso dei loro giornalisti. La Casa Bianca difende invece il proprio potere di stabilire l’accesso agli spazi riservati alla stampa. La questione più ampia riguarda il confine tra il potere di un’amministrazione di organizzare l’accesso alle proprie istituzioni e il diritto della stampa di esercitare il proprio ruolo senza che l’accesso dipenda dal gradimento del potere nei confronti delle notizie pubblicate.
Il confine
In una democrazia il governo comunica. La stampa verifica. Sono funzioni diverse, e proprio per questo devono poter convivere. Un’amministrazione ha il diritto di stabilire regole e modalità di accesso agli spazi istituzionali. Ma quando una restrizione viene collegata al contenuto della copertura giornalistica, il problema cambia: riguarda la possibilità che il potere possa incidere sulle condizioni nelle quali viene raccontato. La domanda è se l’accesso possa diventare uno strumento di pressione nei confronti di una redazione perché il suo lavoro viene considerato ostile, o se esista una soglia oltre la quale la gestione delle credenziali diventa una questione di libertà di stampa. CNN, MS NOW e POLITICO sostengono che i loro diritti costituzionali sono stati violati. La Casa Bianca sostiene una diversa interpretazione del proprio potere. Il giudizio spetta alla magistratura. Dopo l’esclusione di CNN, inoltre, le altre emittenti che partecipano alla rotazione del television pool della Casa Bianca hanno sospeso la copertura video degli eventi presidenziali. Una disputa sull’accesso si è così trasformata rapidamente in una questione che riguarda il pubblico: chi può vedere, verificare e raccontare ciò che fa il presidente degli Stati Uniti?
Il problema non è difendere ogni articolo
La libertà di stampa non significa che un giornalista abbia sempre ragione. Un’inchiesta può essere contestata e una redazione chiamata a rispondere dei propri errori. Il punto è un altro. Il potere dispone di strumenti che la stampa non possiede: può decidere, regolamentare, concedere o limitare accessi istituzionali. La stampa svolge una funzione di controllo proprio perché non coincide con il potere che racconta. Per questo la domanda non è se i media siano infallibili. Non lo sono. La domanda è se possano continuare a svolgere il loro lavoro anche quando ciò che pubblicano non piace a chi governa. Criticare la stampa è parte del confronto democratico. Escluderla per il contenuto delle sue notizie apre invece un problema diverso, che riguarda il rapporto tra autorità pubblica e libertà di informazione. Il caso americano diventa così uno specchio di una trasformazione più generale. I social network hanno ridotto la distanza tra chi governa e chi comunica, mentre la frammentazione dell’informazione ha moltiplicato fonti, opinioni e interpretazioni. Diventa così più difficile distinguere tra informazione, commento e comunicazione politica. Il cittadino ha accesso a una quantità di informazioni enorme, ma deve compiere un lavoro crescente di verifica. La politica non è più soltanto raccontata dai media: racconta sé stessa, direttamente, in tempo reale. Proprio per questo il giornalismo conserva una funzione essenziale: verificare, contestualizzare, fare domande, mettere a confronto dichiarazioni e fatti. La Casa Bianca è quindi il luogo concreto di una disputa che ha un significato più largo. Non si tratta soltanto di chi possa entrare in un edificio. Si tratta di quale rapporto debba esistere tra chi governa e chi racconta il governo. Gli Stati Uniti hanno una tradizione costituzionale nella quale il Primo Emendamento assegna alla libertà di stampa una posizione centrale. La controversia di questi giorni è uno dei casi nei quali quei principi vengono messi alla prova. Il suo esito giudiziario stabilirà un confine tra gestione dell’accesso e tutela della libertà di informazione. Il tema riguarda anche le altre democrazie occidentali. In Europa il rapporto tra istituzioni, giornalismo, piattaforme digitali e opinione pubblica è attraversato da tensioni analoghe. Cambiano le regole. Resta la domanda: quanto deve essere distante il potere da chi ha il compito di controllarlo attraverso le informazioni? Una democrazia non vive soltanto nel giorno delle elezioni. Vive anche nel tempo che separa un’elezione dall’altra, quando i cittadini devono conoscere le decisioni del governo e confrontare le posizioni con i fatti. Il diritto di informazione non appartiene soltanto ai giornalisti. Appartiene prima di tutto ai cittadini: è il diritto di sapere cosa accade dentro le istituzioni attraverso una pluralità di fonti. Il potere ha il diritto di parlare. La stampa ha il diritto di interrogare. Il cittadino ha il diritto di conoscere e giudicare. Quando questi tre elementi restano distinti, la democrazia conserva i suoi contrappesi. Quando uno occupa lo spazio degli altri, la porta chiusa della Casa Bianca diventa la domanda su chi abbia il diritto di aprire, per tutti, la porta della realtà. E quindi del futuro.





