Ieri, nel giorno dell’arrivo del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest, il governo ungherese ha annunciato il ritiro del proprio Paese dalla Corte penale internazionale (Cpi). Una decisione che ha immediatamente assunto il sapore di un gesto politico di sostegno, se non di sfida diretta all’ordine giuridico internazionale. Sul capo di Netanyahu pende infatti un mandato di arresto della stessa Corte per presunti crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023. Ad annunciarlo è stato Gergely Gulyás, Capo dello staff del premier Viktor Orbán, attraverso l’agenzia statale Mti: “L’Ungheria si ritira dalla Cpi”. Una scelta che rompe con oltre vent’anni di adesione: lo Statuto di Roma, istitutivo della Corte, era stato firmato da Budapest nel 1999 e ratificato nel 2001, proprio durante il primo mandato di Orbán.
Netanyahu, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il leader ungherese, ha definito la mossa “coraggiosa. Hai preso una decisione importante per il mondo, opponendoti a un’organizzazione corrotta come la Corte penale. Non sei solo, altri seguiranno”. Finora solo il Burundi e le Filippine avevano deciso di lasciare la Corte. L’Ungheria diventa il primo Stato membro dell’Unione europea a farlo, in un momento particolarmente delicato per la diplomazia internazionale.
La guerra continua
Mentre Netanyahu incassa il sostegno di Orbán, in Medio Oriente la guerra prosegue senza tregua. Le Forze di difesa israeliane hanno ampliato le operazioni militari a Gaza, colpendo una clinica dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. L’attacco ha causato 24 morti. Secondo fonti militari israeliane, l’edificio sarebbe stato utilizzato da Hamas come centro di comando.Hamas, da parte sua, ha respinto l’ultima proposta israeliana nei colloqui mediati da Qatar ed Egitto per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Fonti del movimento islamista – che è designato come organizzazione terroristica da Stati Uniti, Unione Europea, Israele e altri – accusano Israele di voler sabotare le iniziative diplomatiche.
“L’occupazione cerca di ostacolare la proposta egiziano-qatariota e far fallire ogni accordo”, ha dichiarato un esponente di Hamas, chiedendo ai mediatori di “costringere Israele a rispettare quanto concordato”.
L’inizio dell’ultima offensiva risale al 18 marzo, dopo due mesi di tregua. Da allora, secondo il Ministero della Sanità di Gaza – controllato da Hamas – sono stati uccisi 1.163 palestinesi e feriti altri 2.735. Dall’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023, le vittime sarebbero oltre 50.500, i feriti 114.776 e migliaia i dispersi.
Emergenza umanitaria
Le condizioni umanitarie nella Striscia sono drammatiche. In occasione della Giornata dei Bambini Palestinesi, l’Ufficio centrale di statistica palestinese ha diffuso dati allarmanti: 39.000 bambini sono rimasti orfani, 17.000 dei quali hanno perso entrambi i genitori. Secondo lo stesso rapporto, circa 60.000 bambini rischiano la malnutrizione acuta a causa della carestia. La popolazione infantile (0-15 anni) rappresenta il 37% dei palestinesi, con 900.000 minori solo nella Striscia di Gaza. Sempre secondo fonti di Hamas, i minori uccisi dal 7 ottobre 2023 sarebbero 17.954 nella sola Striscia e 188 in Cisgiordania.
Tensioni anche in Libano
Il conflitto non si limita a Gaza. Al Sud del Libano, la tensione con Israele resta alta. Due Senatori statunitensi, Jim Risch(repubblicano) e Jeanne Shaheen (democratica), hanno esortato l’esercito libanese a intervenire nel Sud del Paese – tradizionale roccaforte di Hezbollah – per garantirne la sicurezza. In caso contrario, hanno avvertito, potrebbe esserci una “rivalutazione” degli aiuti militari americani a Beirut. I due parlamentari hanno anche ribadito la necessità che il governo guidato da Nawaf Salam implementi le riforme richieste dal Fondo Monetario Internazionale, tagliando i flussi finanziari a Hezbollah, gruppo armato sciita sostenuto dall’Iran.
L’accordo di cessate il fuoco tra Libano e Israele, mediato da Stati Uniti e Francia e in vigore dal 27 novembre 2024, prevede che sia l’esercito regolare libanese a prendere il controllo del confine sud, proprio per ridurre l’influenza di Hezbollah, che fin dall’inizio della guerra a Gaza ha ingaggiato scontri con le forze israeliane.