lunedì, 6 Dicembre, 2021
Cultura

La peste in letteratura: Lucrezio – De Rerum Natura

“Questo tipo di morbo e (questo) flusso mortifero un tempo rese funesti i campi nei territori di Cecrope e devastò le vie e vuotò la città di abitanti. Infatti venendo dalle parti più interne dell’Egitto una volta sorto, dopo aver attraversato vaste regioni di cielo e le flottanti distese marine, infine infierì su tutto il popolo di Pandione. E allora a mucchi erano consegnati al morbo e alla morte. In principio avevano la testa bruciante di ardore infuocato ed entrambi gli occhi arrossati di luce continua. Poi le labbra sudavano, annerite dall’interno dal sangue e la via della voce cosparsa di piaghe si chiudeva e la lingua interprete della mente stillava sangue, fiaccata dal male, impacciata nel movimento, ruvida al tatto.

Così non appena la forza della malattia attraverso le labbra aveva riempito il petto e si era estesa nello stesso cuore afflitto dei malati, allora in verità vacillavano tutte le barriere della vita. L’alito usciva fuori dalla bocca con un odore terrificante nello stesso modo in cui puzzano i cadaveri putrefatti insepolti. E subito le forze di tutto l’animo e tutto il corpo si indebolivano già sulla stessa soglia della morte. Era assiduamente compagna ai mali intollerabili un’ansiosa angoscia e un pianto mischiato a lamenti.

Un frequente singulto spesso di notte e di giorno costringendo a contrarre continuamente i nervi e le membra disfaceva quelli già prima spossati, sfibrandoli.

Né avresti potuto vedere in qualcuno bruciare per l’eccessivo calore la parte esterna alla superficie del corpo, ma piuttosto (avresti potuto vedere) che offriva alle mani una sensazione di normale calore e insieme che il corpo era tutto rosso, quasi per ulcere ardenti come avviene quando il fuoco sacro si diffonde nel corpo. In verità la parte più interna degli uomini bruciava fino alle ossa e una fiamma bruciava nello storico come dentro le fornaci. Assolutamente nulla per quanto leggera e sottile avresti potuto far risultare utile per le membra ad alcuno, ma sempre il vento e il freddo invernali.

Una parte affidava le membra che bruciavano per la malattia ai fiumi gelidi e giacevano con il corpo nudo tra le onde. Molti precipitandosi a capofitto caddero nelle acque dei pozzi, arrivando l’ con la bocca spalancata e una sete insaziabilmente secca, travagliando i corpi, uguagliava una grande quantità di liquido a piccole gocce. E non era data alcuna pausa al male: i corpi giacevano sfiniti. La medicina esitava con un tacito timore poiché tante volte (i malati) volgevano gli occhi spalancati, ardenti per la malattia, e privi di sonno”.

Sponsor

Articoli correlati

Coronavirus: da Inail e Iss linee guida sui trasporti

Redazione

Coronavirus: produzione industriale mascherine nelle carceri italiane

Redazione

La trentaduesima dose

Tommaso Marvasi

Lascia un commento