giovedì, 2 Aprile, 2020
Attualità

Tutte le religioni contro le mafie

Studi vasti ed articolati dimostrano che vertici apicali, sodali e fiancheggiatori delle organizzazioni malavitose nutrono un forte interesse per la fede religiosa in senso ampio. Basta leggere le deposizioni dei vari collaboratori di giustizia relativamente ai “riti di iniziazione” per rendersene conto: le persone da cooptare, alla presenza degli altri componenti del sodalizio, si pungono l’indice della mano con una spilla e giurano fedeltà, imbrattando col proprio sangue una immaginetta sacra che poi viene bruciata.

Spesso, in occasione della cattura di latitanti di primo piano, gli uomini e le donne delle forze dell’ordine si imbattono in icone, statue e libri sacri nella disponibilità di boss e gregari, come se i gruppi mafiosi, a dispetto del controllo militare del territorio, avessero, comunque, bisogno di una ulteriore forma di legittimazione.

Questo significa che, nonostante sia in aperta contraddizione con la “filosofia” mafiosa fondata sulla violenza e sulla prevaricazione, la fede religiosa ha una certa importanza. Per cercare di fare chiarezza su questo intreccio si è svolto nei giorni scorsi a Palermo un interessante convegno sul tema “Evoluzione dell’impegno antimafia delle religioni nell’Italia repubblicana”.

Alla iniziativa hanno preso parte, tra gli altri, Peter Ciaccio, pastore della Chiesa Valdese di Palermo, e Adham Darawsha, assessore alla Cultura del Comune e Padre Francesco Michele Stabile, promotore della prima Marcia contro la mafia nel 1983 all’indomani degli omicidi nel cosiddetto “triangolo della morte” che coinvolgeva i comuni di Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia. Il corteo ricevette il sostegno dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini e registrò una forte partecipazione popolare tanto che da essere ripetuto di anno in anno.
Padre Stabile, già vicario episcopale del cardinale Salvatore Pappalardo, autore della durissima omelia contro la mafia pronunciata ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, ha ricostruito il clima di oppressione di quegli anni: “a partire da quel cortile deserto al carcere Ucciardone dove la messa della vigilia di Pasqua fu disertata dai detenuti, come risposta all’omelia di Pappalardo. Per questo è una memoria di lotta e liberazione quella che portiamo avanti oggi nelle scuole”.

Il pastore Ciaccio ha rivelato che “nei secoli non sempre le Chiese sono state attente: è successo con le dittature, ma anche con la mafia; la mancata comprensione del fenomeno ha portato a una sua sottovalutazione. Per fortuna c’é stata una presa di coscienza della stessa Chiesa: come rappresentante di quella Valdese cito il manifesto affisso da Pietro Valdo Panascia a Palermo nel 1963, dopo la strage di Ciaculli, che ricordava il comandamento divino Non uccidere”.

L’assessore Adham Darawsha, a sua volta, partendo dal presupposto che “la mafia è prevaricazione”, ha affrontato la questione del terrorismo islamico che usa la dottrina per giustificare ogni crimine, inglobandolo il fenomeno nel discorso più generale della lotta senza quartiere a ogni forma di violenza.

Circa 800 i partecipanti all’incontro, tra studenti presenti in sala, alunni in videoconferenza di altre regioni, e detenuti dalle carceri di Trieste e Catania che hanno potuto rivolgere anche domande ai relatori.

Il presidente del Centro di Studi ed Iniziative Culturali Pio La Torre onlus, Vito Lo Monaco – che ha promosso l’iniziativa – ha lanciato “un appello trasversale ai rappresentanti di diverse fedi religiose” per un confronto sul contrasto alla mafia e “per ribadire che ogni Chiesa ha l’autorità morale nella prevenzione della criminalità”. Sulla scorta di questi sentimenti di comune impegno delle diverse fedi nell’azione di prevenzione sarà organizzata la edizione 2020 della Marcia antimafia da Bagheria a Casteldaccia (il prossimo 26  febbraio) e una conferenza (in programma il 6 marzo) sulla violenza di genere.

Un dato, comunque, è certo ed incontrovertibile. E lo ha detto, a chiare lettere, San Giovanni Paolo II nella celebre omelia pronunciata ad Agrigento nella Valle dei Templi il 9 maggio 1993: nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può  calpestare la vita e la dignità di un suo simile, senza offendere il sentimento religioso.

Ecco perché è importante che tutte i rappresentanti di tutte le fedi contribuiscano all’azione di prevenzione che, sotto certi aspetti, è anche più importante della lotta alle cosche condotta da giudici e tutori dell’ordine…

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