giovedì, 20 Febbraio, 2020
Attualità Editoriale

La prescrizione di Bonafede e la lezione del Marchese del Grillo

Le polemiche di questi ultimi giorni sulla prescrizione ci hanno riportato alla mente un celebre dialogo de “Il marchese del Grillo”, capolavoro di Alberto Sordi di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

Paolo Stoppa, altro Maestro del cinema e del teatro italiano, nei panni di Pio VII, rivolgendosi all’aristocratico che gli ha appena confessato di aver corrotto giudici ed avvocati per far condannare l’innocente ebanista Aronne Piperno, afferma: “Figliolo, la giustizia non è di questo mondo. Ma dell’altro”.

Non si tratta di una pretesa di natura assolutoria, dal momento che, come ricorderanno i cultori della pellicola, in qualità di capo dello Stato pontificio il Papa condanna il nobiluomo capitolino a un giorno di fortezza per ogni ufficiale indotto in corruzione e, come Vicario di Cristo misericordioso, commuta la pena in una penitenza di carattere spirituale.

In una società come quella di oggi, dilaniata dall’odio e dall’indifferenza, sarebbe estremamente pericoloso relegare l’esercizio della giustizia unicamente alla sola dimensione metafisica. Il bisogno di giustizia, del resto, è uno dei più radicati nel cuore e nella mente degli uomini. Il modo in cui lo Stato decide di soddisfare questa esigenza influenza molti ambiti della vita civile, sociale ed economica.

Per quanto possa sembrare lontano dai problemi del quotidiano, il dibattito sulla prescrizione nei processi penali rappresenta una questione fondamentale per la vita dei cittadini.

Dal 1° gennaio, grazie alla legge votata da Cinque stelle e Lega un anno fa, la prescrizione dei reati non scatta più dopo la sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione. Questo automatismo non piace a nessuno degli alleati che sostengono il governo.

Il Pd contesta il blocco della prescrizione, prefigurando tempi incerti e lunghi per i processi. Una delle soluzioni auspicate dai dem sarebbe quella di far decorrere i termini dalla scoperta del reato, anziché, come avveniva prima della riforma, dal momento in cui si verifica il fatto – reato. In questo caso si potrebbero perseguire più agevolmente reati socialmente odiosi – come, ad esempio, la corruzione nell’ambito della pubblica amministrazione – che, in genere, vengono scoperti a distanza di tempo dal loro compimento. Italia Viva non è dello stesso parere. I renziani, infatti, potrebbero votare il ddl Costa (Forza Italia) che cancella del tutto il blocco della prescrizione. Leu, infine, suggerisce di bloccare la prescrizione solo dopo il rinvio a giudizio, indicando termini perentori per le successive fasi del processo. In alternativa, viene avanzata anche l’ipotesi di limitare il blocco alle sole sentenze di condanna.

La “patata bollente” è adesso nelle mani del presidente del Consiglio, il quale oggi pomeriggio dovrà cercare di mettere tutti d’accordo per salvare la stabilità della maggioranza.

Non sarà facile, anche perché molti protagonisti della scena pubblica – anziché affidarsi al buon senso – preferiscono utilizzare slogan e frasi fratte, ignorando del tutto le critiche mosse da avvocati, autorevoli costituzionalisti e gran parte dell’accademia. Senza contare le perplessità espresse dai magistrati.

Il ministro Bonafede – di cui molti suoi colleghi avvocati hanno chiesto le dimissioni dopo lo svarione a “Porta a Porta” – tira dritto per la sua strada, convinto che il problema si risolve accelerando i tempi della giustizia penale con le riforme che lui stesso sta mettendo a punto.

La individuazione di una soluzione equa – posto che indagini e processo sono gli strumenti che lo Stato ha a disposizione per valutare ed accertare la colpevolezza o meno di un soggetto sospettato di aver commesso un reato e che la “ragionevole durata” delle indagini e del processo è un diritto costituzionale riconosciuto e tutelato dall’articolo 111 della Costituzione – dovrebbe essere, almeno in teoria, a portata di mano.

Di recente la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Corte Costituzionale si sono pronunciate sul cd. “ergastolo ostativo”- riassunto dalla formula “fine pena mai” – ritenendolo contrario al diritto.

Forse dovremo rassegnarci ad attendere un intervento delle due Alte Corti anche nel caso del “fine processo mai”. Salvo che qualcuno non voglia prendere alla lettera la famosa battuta del “Marchese del Grillo”…

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