martedì, 24 Novembre, 2020
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Territori a rischio, la pioggia sotto accusa, ma gli scempi sono umani

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Gli italiani ormai temono ogni avvisaglia di pioggia, il che tra allarmi, allerte, pericoli ogni nuvola viene scrutata come una minaccia incombente. Il territorio infatti si sbriciola, ma non per colpa di un temporale e qualche rovescio di pioggia magari insistente, ma per cause umane: per i lavori mal fatti, di fiumi i cui letti e aree di deondazione sono invasi da detriti, plastiche e opere impattanti; mentre di tutto è stato costruito in aree vallive. Così come per le frane provocate dal consumo forsennato di territorio: dalla impermeabilizzazione dei terreni, dal disboscamento in zone diventate poi abitabili ma a rischio di dissesto idrogeologico. Smottamenti e alluvioni dovrebbero essere la nostra prima preoccupazione, invece per un singolare paradosso mediatico sono le nuvole che portano un bene primario ed essenziale come l’acqua ad essere diventate fonte di allarme e nemiche. Allerte ingigantite da decine di servizi meteo e da cronache che rovesciando causa ed effetti, sparano i soliti titoli di pioggia killer, fiume killer, neve killer. La sicurezza e il rispetto del territorio, dovrebbe essere la priorità, per l’economia e per la salvaguardia delle stesse popolazioni e dell’ambiente, invece, sì elencano i disastri senza parlare delle vere cause.

A indicare per bene le vere cause dei guasti, sono i dati elaborati  dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (Ispra) contenuti nell’annuale Rapporto sul Dissesto idrogeologico una “mappatura”, che copre l’intero territorio nazionale. “Uno strumento per i decisori con la funzione di informare i cittadini così con risvolti importanti dal punto di vista sociale ed economico”, sottolinea il presidente di Ispra, Stefano La Porta. E d’altronde i numeri sono chiari: il 91% dei comuni italiani, con oltre 3 milioni di famiglie, sono collocati in zone a rischio idrogeologico. Complessivamente sono 7 milioni le persone che vivono in territori vulnerabili e oltre un milione in territori a pericolosità di frane elevate e molte elevate, soprattutto concentrate in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto.

“Il problema riguarda direttamente la maggior parte delle regioni italiane, la mappatura è completa, anche se va ulteriormente approfondita”, si sottolinea nel rapporto.

“Abbiamo in banca dati oltre 5mila interventi di ripristino, con una durata media per ogni intervento che varia dai 4 ai 7 anni”, osservano ancora dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale. Il tutto con pericoli elevatissimi per i singoli cittadini e la collettività. Nel rapporto si citano i danni dovuti al sovrapporsi della cementificazione su aree già precarie, con risultati disastrosi “Basti pensare che su ogni 1000 frane che cadono ogni anno, almeno 100 lasciano danni a persone e cose”.

Situazione grave, anche per il tessuto produttivo: le industrie e i servizi posizionati in aree a pericolosità di frana elevata, segnala l’Ispra, è molto elevata sono 83mila con oltre 217mila persone esposte a rischio, in regioni come Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Al pericolo inondazione, si trovano invece esposte ben 600mila unità locali di impresa con oltre 2 milioni di addetti ai lavori, in particolare nelle regioni Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria. Per una Nazione ricca di storia e cultura come l’Italia il rischio idrogeologico è una concreta minaccia per l’intero patrimonio, infatti, i dati dell’Ispra individuano nelle aree franabili quasi 38mila beni culturali, dei quali oltre 11mila ubicati in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata, mentre sfiorano i 40mila i monumenti a rischio inondazione nello scenario a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi. Di questi più di 31mila si trovano in zone potenzialmente allagabili anche nello scenario a media probabilità. I più esposti sono i sei milioni di italiani che vivono in zone a rischio alluvione e 1,2 milioni in aree franose totale dei Comuni interessati da aree a pericolosità da frana classificate come P3 e P4 (Pai) e idraulica P2 sono 7.275, pari al 91,1% dei comuni italiani.

La superficie delle aree classificate a pericolosità da frana in Italia ammonta complessivamente a 50.117 kmq, cioè è il 16,6% del territorio nazionale. In queste zone a rischio frane risiedono 1.281.970 abitanti, mentre la popolazione esposta a rischio alluvioni in Italia è invece pari a oltre 6.183.364 abitanti nello scenario di pericolosità media. Significa oltre il dieci per cento degli italiani. Il problema che gli stessi cittadini non vogliono vedere che i numeri presentati dall’Ispra non sono virtuali ma reali. Un dato, relativo agli eventi principali di frana sul territorio, quelli che causano “vittime, feriti, evacuati e danni a edifici, beni culturali e infrastrutture lineari di comunicazione primarie”, sono di anno in anno in aumento, in cinque anni il balzo di vittime e danni è raddoppiato. A segnalare i pericoli è addirittura anche la Corte dei Conti: “L’abbandono dei terreni montani, il disboscamento, la forte espansione edilizia soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, la costruzione, spesso abusiva, sui versanti a rischio, la mancata pulizia dei corsi d’acqua, la forte antropizzazione e la cementificazione di lunghi tratti dei fiumi e dei torrenti contribuiscono all’aumento dell’esposizione della popolazione al rischio idrogeologico e ad alluvioni”. Così i pochi fondi a disposizione vanno per l’accavallarsi delle emergenze, mentre invertire la rotta appare impossibile, infatti, servirebbero risorse ingenti e una politica che rispetti il territorio e non favorisca gli abusi. Ai cittadini per ora non rimane altro che scrutare le nuvole nere e tenere d’occhio i viadotti traballanti.

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