giovedì, 5 Agosto, 2021
Il Cittadino

Tassazione percepita

Stiamo vivendo, in Italia, un momento alquanto drammatico. Sembra che tutti i nodi stiano venendo al pettine del Governo Conte-bis. Ilva di Taranto, acqua alta a Venezia con l’imbroglio del Mose, Alitalia, fallimento del “credito di cittadinanza”, sono le questioni di punta che agitano in questi giorni le acque – non calme di per sé già a causa delle correnti interne – del Palazzo.

Il cittadino consapevole si sente gravato di tutti i problemi, assistendo incredulo alla impotenza dell’esecutivo. Impotenza che si manifesta nell’affidarsi al falso slogan – che, per la verità, suona come una campana stonata – che le tasse non sono state aumentate dalla manovra e che, per quanto non si abbia neppure lontanamente l’idea di cosa fare in nessuno dei casi menzionati, si sta lavorando per una soluzione.

La realtà è che la politica, per l’ennesima volta, ha abdicato ai suoi compiti.

Così è nel caso più grave, quello del recesso di Ancelor Mittal dal contratto Ilva, rimesso praticamente ad una soluzione giudiziale che non risolverà nessuna delle questioni sociali sul tappeto, ma che potrà solamente dare una risposta giuridica ad un quesito preciso, sanzionando l’illegittimità del comportamento dell’una o dell’altra parte.

Il guaio è che se la soluzione giurisdizionale sarà a vantaggio della parte privata, lo Stato subirà non soltanto il danno economico pari, dicono gli economisti, all’1,4% del Pil nazionale, ma anche la beffa di doverla risarcire, imputandosi a lui la causa della risoluzione. Nel caso contrario, che siano i Commissari dell’Ilva (quindi lo Stato) a vincere la contesa giudiziaria, è facile immaginare che la parte privata – costituita da una società di capitale – si arrenderà in un probabile fallimento o verrà ammessa, stante le dimensioni, ad una procedura di amministrazione straordinaria: con ricaduta tutto sull’Italia, azionandosi da lì casse integrazioni e gestioni provvisorie che generano solamente milioni di passività ogni giorno.
Il cittadino, quindi, si aspetta dalla contingenza che si è determinata solamente stangate – sotto forme di tasse maggiori: che possono derivare non solamente dall’aumento di aliquote, ma anche dalla indetraibilità di costi – sulla sue esauste capacità contributive.

La sensazione, però è di una inutilità assoluta del sacrificio richiesto al singolo.

In un sistema normale, un cittadino realmente democratico e responsabile sarebbe anche pronto, di fronte ad una contingenza come quella che stiamo vivendo, ad un sacrificio.

Sacrificio, però, finalizzato ad un risultato definitivo: chiediamo a chi ha qualcosa più del minimo di sopravvivenza uno sforzo, un sacrificio, col quale metteremo fine alla vicenda.

La realtà italiana è che quello sforzo non serva a nulla, se non a superare il quotidiano, che si ripresenterà in forme più drammatiche l’indomani mattina e richiederà nuovi versamenti, nuovi prelievi.

A ciò, i contribuenti italiani, sono stati portati da imposte una tantum che si sono ripetuto più volte, fino a trasformarsi in semper, e sempre senza risolvere nulla.

Il sistema tributario ha perso completamente qualsiasi sensazione di affidabilità o di giustizia. Esso è percepito come iniquo, soprattutto nelle presunzioni che sono state costituite a suo favore: le tasse sono belle; i cittadini sono evasori e furbi e si deve presumere che rubino, La maggioranza dei cittadini sono persone per bene e non accettano tale modo arrogante di porsi: da parte, poi di uno Stato che non dà rendiconti e che non offre da decenni alcuna reale soluzione.

Dovrà tenere tutto ciò ben presente lo Stato prima di richiedere ancora imposte per pagare l’impotenza della sua azione.

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