sabato, 29 Gennaio, 2022
Cultura

L’esordio di Lucia Lavia: una storia di incomunicabilità

Lucia Lavia, giovane promessa del teatro italiano, vanta già un background importante, costellato di scelte artistiche tutt’altro che semplici. Figlia d’arte sì, ma con una sua personalità e vita artistica autonoma e solida.

E adesso, non ancora trentenne, l’esordio registico con il lavoro “Voltati Parlami” tratto dall’opera di Alberto Moravia, ispirato al dramma in un atto di Eugene O’Neill intitolato “Prima di colazione”.

Dopo il debutto al Teatro Basilica lo scorso novembre, racconta quando è nata la sua passione per la recitazione e come ha raggiunto la consapevolezza di voler un giorno muovere la macchina teatrale… arrivando a dirigere uno spettacolo.

Hai iniziato la tua carriera giovanissima… hai respirato il teatro da quando sei nata. Ma quando hai realizzato davvero che la tua vocazione era questa?
Io sono stata fortunata perché l’ho capito presto che il teatro sarebbe stato la mia vita. Qualcosa che è partito da bambina. Ho sempre sentito che era il mio territorio… mi sentivo a casa e al sicuro, riconosciuta. Il posto in cui mi riconosco e riconosco ciò che è intorno a me. Un luogo in cui percepisco a vibrazioni più basse.
Avrò avuto sette anni circa. Dissi a mio padre alla fine di un suo spettacolo, con serietà “il teatro è la mia vita”. E fino ad ora è stato così. Ho avuto questa fortuna, di vivere con ciò che amo.

Da giovanissima hai avuto anche un’esperienza televisiva. Com’è andata?
Si, a 16 anni ho avuto un’esperienza nella serie tv “Rossella”.
Una bella esperienza, un bel ruolo, abbastanza importante. Lo presi in maniera leggera e non venne male. Quando uno è giovane le cose vengono in maniera più agile perché hai meno freni, paure, perché non conosci. Ti lanci, ti apri e ti doni. La fortuna del principiante.
L’inconsapevolezza ti aiuta ad avere un grande slancio senza sovrastrutture, blocchi, paure che ci costruiamo addosso.
Più cresci, più diventa difficile… conosci le difficoltà il pensiero degli altri, cosa fai e cosa c’è in ballo. 

Leggendo il tuo curriculum artistico, quello che salta all’occhio è che non scegli mai la strada professionale più semplice. Lo dimostra quest’ultimo lavoro. Cosa ti ha spinta a portare in scena “Voltati Parlami”?
Mi sono imbattuta per caso un questo testo, non era la mia prima scelta. Conoscevo Moravia, ma non come drammaturgo. Poi ho scoperto questo breve monologo e leggendolo sono rimasta colpita, folgorata e ho deciso che era questo che volevo portare in scena.
C’era tutto: dipendenza affettiva, solitudine e vuoto dell’anima. Il dolore di questa donna che grida e implora quest’uomo di voltarsi e parlarle.
La grandezza di Moravia sta nell’aver consegnato questo testo a un’epoca – gli anni ’80 -, legandolo al grande utilizzo delle droghe – dell’eroina, in particolare -, ma è una maschera, un pretesto.
Non è la dipendenza dalla deroga, ad essere raccontata, ma la dipendenza dai rapporti umani.
Un testo in cui arriva un’enorme critica alla borghesia. Questa madre fintamente artistoide, e di lei che si sente costretta a non somigliarle, costruendosi un mondo di imposizioni sociali.
Se ci si svincola dagli elementi che contestualizzano il testo e si considerano solo le conseguenze psico-emotive, diventa per me senza tempo. Si stacca dal tempo perché parla di qualcosa di esistenziale, e il dolore è uno di quei contrappesi che esisteranno sempre nell’essere umano. Sono stati raccontati dalla tragedia greca fino ai testi attuali. Una chicca di un autore non conosciuto molto da un punto di vista teatrale… mi sono detta che dovevo portarlo in scena!

Con “Voltati Parlami” firmi anche la tua prima regia. Quando hai sentito che era il momento di lanciarti in questa nuova esperienza? E perché hai deciso di segnare l’inizio con quest’opera?
Con “Voltati Parlami” è nato questo desiderio in maniera naturale. Avendo avuto un imprinting immediato, avevo sentito un’appartenenza alla storia di questo personaggio, più lo studiavo e più pensavo che non avevo possibilità di metterlo in scena con uno sguardo esterno al mio.
“La faccio io la regia”, mi sono detta, e sono andata senza pensare. Un attimo di spensieratezza. Se ci avessi pensato troppo mi sarei auto-censurata. Invece l’anno scorso quando ho proposto il progetto, lo hanno accettato e ho iniziato a montarlo, il lavoro è venuto fuori in maniera naturale.
Io lavoro così: prendo il testo e dal testo immagino già come va. La regia l’ho fatta a casa. Poi altre cose sono nate nel tempo di lavoro.
In generale, il mio desiderio di far regia è nato piano piano, osservando il lavoro degli altri.
Nei momenti di pausa, durante le prove dei colleghi, mi mettevo in un angolo e osservavo. Diventavo sempre più consapevole che volevo muovere io quella grande macchina.
A me succede quando guardo gli spettacoli, un po’ come “La regina degli scacchi” che fissa il muro e immagina le mosse.
Questa presa di consapevolezza, questo amore… sta fiorendo. Mi auguro di intraprendere questa strada in maniera più solida. Questo monologo è firmato da me, ma è stato un auto-dirigersi.
Vorrei muovere le masse, non stando per forza dentro lo spettacolo.

In “Voltati Parlami” sei in scena da sola. A uno spettatore poco accorto può sfuggire la difficoltà. Puoi raccontarci quanto è arduo? E come hai lavorato per farlo al meglio?
Difficilissimo. Non tanto nei primi momenti di prova, quando il lavoro va segmentato, ma quando sono arrivata agli ultimi giorni e il lavoro doveva filare. Mi sono sentita responsabile, perché ho realizzato che ero io a fare da traino. Quando sei solo devi sempre avere il massimo dell’energia, tenere lo spettatore per gli occhi. Ed è estremamente difficile, un lavoro di minuzia incredibile.
Ho cercato di calibrare, di dare delle agilità e velocità un po’ più morbide.
Sembra che io parli solo in maniera tecnica, ma il teatro è questo all’inizio.
Dopo questo lavoro, riempio di senso. Come fare un dipinto: prima lo tratteggi e poi colori. Si parte da una griglia e poi si affina. 

Hai scelto un pupazzo anziché una spalla, seppur muta (scelta coraggiosa). Perché?
Volevo fare uno spettacolo espressionista con tagli forti e decisi. Una recitazione estrosa, trucco marcato, la scena di un colore vivo.
L’uomo l’ho rappresentato da un punto di vista simbolico e ho desiderato portare in scena questo fantoccio privo di vita.
Quando nella parte finale dello spettacolo lo abbraccio e ballo con lui, non avendo nessun tipo di struttura interna, ricade su se stesso, senza forma. Ho voluto dare l’idea di essere come lui alla fine.

Sei una giovane attrice, e ora hai anche sperimentato il percorso registico. Quale senti di voler perseguire? (premettendo che il bello potrebbe anche essere non dover scegliere…)
A me piacerebbe avere una carriera costruita su entrambi i lati. Sono un’interprete e lavorerò sempre come attrice, ma vorrei fare una regia con altri attori e con me o senza di me in scena.
La mia cifra è quella recitativa, ma sono un’attrice con un senso scenico forte e voglio mettere in scena lavori. Vorrei aggiungere aggiungere, ecco.

Quali sono le prossime tappe di “Voltati Parlami”?
Per ora ci siamo fermati e cercheremo di avere date molto presto. 

E per quanto riguarda te, che progetti hai per il futuro?
Non posso svelare ancora nulla… ma ci saranno delle cose belle per l’anno prossimo. 

Sponsor

Articoli correlati

Le frasi di Troisi per illuminare il Natale

Carmine Alboretti

Riapre il teatro dell’ex Cto, a Bari il nuovo “Auditorium Arcobaleno”

Lucrezia Cutrufo

Teatro: “Charlie e la fabbrica di cioccolato” dall’8 novembre a Milano

Redazione

Lascia un commento