Il tasso di mortalità corretto per età negli Stati Uniti è sceso nel 2025 a 689,2 decessi ogni 100.000 persone, rispetto ai 722,1 dell’anno precedente, proseguendo il calo costante iniziato dopo il picco pandemico del 2021. Secondo il Centro nazionale di statistica sanitaria dei CDC, la riduzione è dovuta in parte al continuo calo dei decessi per overdose da farmaci, classificati come incidenti non intenzionali. Ma la stagione influenzale 2024‑2025 ha invertito la tendenza su altri fronti: i decessi per influenza e polmonite sono aumentati del 17%, raggiungendo quota 56.511, e portando queste malattie all’ottavo posto tra le cause di morte nel Paese.
«I mesi di gennaio e febbraio sono stati particolarmente gravi», ha spiegato Farida Ahmad, autrice principale dello studio, sottolineando come le stagioni influenzali più intense siano spesso associate a un incremento dei decessi per malattie croniche. L’effetto combinato potrebbe aver contribuito anche all’aumento dell’1,6% dei decessi per malattie cardiache registrato nel 2025. I ricoveri ospedalieri e le visite ambulatoriali legati all’influenza stagionale hanno toccato il livello più alto degli ultimi 15 anni, segnalando una pressione crescente sul sistema sanitario.
Le differenze etniche restano marcate: il tasso di mortalità tra i nativi americani e gli indigeni dell’Alaska è salito a 803,8 ogni 100.000 persone, e a 746 per i nativi hawaiani e gli abitanti delle isole del Pacifico. Gli afroamericani, con 869 decessi ogni 100.000, mantengono il tasso più alto, mentre quello degli americani bianchi è sceso a 724,2, rappresentando circa il 74,5% di tutti i decessi. Il CDC avverte che i dati sono provvisori e potrebbero subire revisioni, poiché alcune cause di morte — in particolare gli incidenti non intenzionali — vengono segnalate con ritardi. Anche la classificazione etnica e le stime demografiche potrebbero influenzare i confronti tra gruppi.





