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Non militarizzare la paura, ma amministrare il bene comune

La sicurezza delle democrazie
venerdì, 3 Luglio 2026
4 minuti di lettura

Le democrazie occidentali non sono nate per caso. Sono il frutto di un cammino lungo, complesso, talvolta doloroso, che affonda le sue radici nell’esperienza delle polis greche, nella riflessione filosofica sulla libertà e sulla legge, nella tradizione romana del diritto, nella civiltà cristiana della persona, nell’Habeas corpus, nel costituzionalismo moderno e, infine, nelle Carte fondamentali del Novecento.

Abbiamo costruito istituzioni fondate sulla dignità dell’uomo, sulla libertà personale, sulla separazione dei poteri, sulla responsabilità pubblica, sul primato della legge rispetto all’arbitrio. È questa l’eredità più preziosa dell’Occidente: non la forza senza limite, ma la forza sottoposta al diritto; non il potere come dominio, ma il potere come servizio; non la sicurezza come paura organizzata, ma come condizione ordinata della libertà.

Proprio per questo, oggi, il tema della sicurezza merita una riflessione seria, non ideologica.

Nelle nostre società mature, invecchiate, spesso incapaci di rigenerarsi demograficamente e culturalmente, cresce una domanda diffusa di protezione. È una domanda legittima. Il cittadino che chiede di vivere in un quartiere ordinato, di poter rientrare a casa senza timore, di vedere rispettate le regole comuni, non esprime un istinto autoritario. Esprime un bisogno primario di convivenza civile.

Sarebbe però un errore grave rispondere a questa domanda soltanto con la militarizzazione dello spazio pubblico. Una democrazia non si difende trasformando ogni problema amministrativo in questione di ordine pubblico. Le Forze dell’ordine sono presidio essenziale dello Stato, meritano rispetto, mezzi, organici adeguati e pieno sostegno istituzionale. Ma non possono essere chiamate a supplire, ogni giorno, alle inefficienze della pubblica amministrazione, alla debolezza dei controlli ordinari, alla mancanza di regole chiare, alla lentezza dei procedimenti, alla rinuncia delle istituzioni locali a governare i fenomeni prima che degenerino.

La sicurezza democratica comincia prima dell’intervento repressivo. Comincia dall’amministrazione.

Comincia da licenze concesse con rigore, da controlli effettivi, da regolamenti applicati, da orari rispettati, da sanzioni rapide, da attività commerciali compatibili con la vita dei quartieri, da una polizia locale messa nelle condizioni di svolgere il proprio compito, da sindaci e amministrazioni capaci di assumersi responsabilità senza attendere sempre l’emergenza.

Vi è un livello di base della sicurezza che non appartiene alla retorica dei grandi scenari geopolitici, ma alla vita quotidiana delle città: il commercio regolato, il rispetto del riposo, la tutela dei minori, il decoro urbano, la pulizia delle strade, l’illuminazione pubblica, la mobilità ordinata, la cura degli spazi comuni. Sono questioni apparentemente minute. In realtà, sono il primo banco di prova dello Stato.

Quando un esercizio vende alcolici ai minorenni, non siamo davanti a una semplice irregolarità commerciale. Siamo davanti a una ferita del patto educativo e civile. Quando intere strade diventano luoghi di assembramento incontrollato, schiamazzi, degrado e paura per i residenti, non siamo davanti a un fenomeno folkloristico della movida. Siamo davanti a un arretramento della democrazia amministrata.

Il caso di Piazza Bologna e di viale Ippocrate, a Roma, è emblematico. Per decenni quell’area è stata associata alla vita universitaria, alla Sapienza, alla Luiss, agli studenti, alle famiglie, a un’idea positiva di città: giovani impegnati nello studio, nella formazione, nella costruzione del futuro. Oggi, in troppe ore della notte, quel tessuto rischia di apparire smarrito, esposto a dinamiche commerciali aggressive, consumo incontrollato di alcol, disturbo della quiete, occupazione disordinata degli spazi pubblici.

Non è una questione di nostalgia. È una questione di governo.

La risposta non può essere l’indifferenza. Ma non può essere neppure la scorciatoia permanente dell’emergenza. Non servono città militarizzate: servono città amministrate. Non serve invocare ogni volta più divise per strada se poi non si interviene sulle licenze, sugli orari, sulle autorizzazioni, sui controlli amministrativi, sulla responsabilità degli esercenti, sulla tutela dei residenti e dei minori.

La sicurezza è una filiera. Se si spezza il primo anello, quello della prevenzione amministrativa, tutto il peso cade sull’ultimo: l’intervento delle Forze dell’ordine. Ma questo significa trasformare il presidio dello Stato in una continua rincorsa al disordine già prodotto. È il contrario della buona amministrazione.

In vista della prossima stagione politica, questo tema sarà certamente divisivo. Il centrodestra tenderà a leggerlo con le proprie categorie: ordine, controllo, presidio del territorio. Il centrosinistra, con le proprie: inclusione, diritti, coesione sociale. Entrambe le sensibilità contengono una parte di verità, ma entrambe rischiano di fallire se restano prigioniere dei rispettivi schemi.

La sicurezza democratica chiede una sintesi più alta.

Chiede fermezza senza demagogia e umanità senza ingenuità. Chiede rispetto delle regole e capacità di integrazione. Chiede controllo del territorio e politiche educative. Chiede amministrazioni capaci e comunità responsabili. Chiede legalità, ma anche visione sociale.

Le democrazie occidentali, eredi delle polis greche e del costituzionalismo liberale, non possono permettersi di scegliere tra libertà e sicurezza. Devono garantire l’una attraverso l’altra. Una libertà senza sicurezza diventa privilegio di chi può difendersi da solo. Una sicurezza senza libertà diventa impoverimento della democrazia.

La vera sfida è costruire istituzioni capaci di proteggere senza opprimere, regolare senza soffocare, integrare senza rinunciare ai propri valori, accogliere senza perdere il governo della casa comune.

In Italia dobbiamo recuperare cultura e senso civico partendo dai territori e dal governo dei territori, come nelle polis greche: una sicurezza non urlata, ma costruita; non ideologica, ma amministrativa; non emergenziale, ma quotidiana.

Servono Comuni più forti, uffici più competenti, controlli più rapidi, banche dati integrate, coordinamento stabile tra Prefetture, Questure, Polizie locali, Municipi, scuole, università, associazioni dei residenti e categorie economiche. Serve un nuovo patto urbano, fondato su una premessa semplice: la città non appartiene al più rumoroso, al più aggressivo o al più furbo.

La città appartiene alla comunità.

La sicurezza, allora, non è il contrario della democrazia. È una delle sue condizioni. Ma deve restare sicurezza democratica: proporzionata, legale, amministrata, rispettosa della persona e dei diritti fondamentali.

È qui che una politica ispirata ai valori costituzionali non negoziabili potrebbe offrire una risposta nuova: sobria nei toni, ferma nei principi, concreta negli strumenti. Una politica che non alimenti la paura, ma non la derida; che non insegua la militarizzazione, ma non abbandoni i cittadini; che non confonda l’accoglienza con il disordine, né l’ordine con la durezza fine a sé stessa.

Le democrazie si difendono anche così: con la scuola che educa, con la famiglia che accompagna, con l’amministrazione che regola, con la giustizia che interviene, con la polizia che protegge, con la politica che decide.

Non possiamo chiedere alle Forze dell’ordine di essere l’unica risposta a ogni fragilità sociale, urbanistica, educativa e amministrativa. Sarebbe ingiusto verso di loro e inefficace per i cittadini.

La sicurezza del futuro non nascerà da città più impaurite, ma da istituzioni più capaci. Non da una democrazia chiusa in sé stessa, ma da una democrazia consapevole dei propri valori. Non da un Paese che militarizza ogni piazza, ma da uno Stato che torna ad amministrare ogni quartiere: perché la libertà non vive nel disordine; e l’ordine, quando è figlio del diritto e non della paura, è una forma concreta di giustizia.

Tommaso Paparo*

Tommaso Paparo*

Professore a contratto di diritto pubblico e Coordinatore del corso di Laurea
in Scienze della Difesa e della Sicurezza presso la Link Campus University di Roma

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