C’è qualcosa di profondamente simbolico nella notizia dagli Stati Uniti: l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale incaricata dei controlli sull’immigrazione, potrebbe dotare i propri agenti di guanti capaci di produrre una scarica elettrica per ottenere la resa di una persona resistente. Il dispositivo si chiama G.L.O.V.E., acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter, ed è prodotto dalla Compliant Technologies LLC, società del Kentucky. L’amministrazione americana prevede una spesa fino a 20 milioni di dollari. Gli agenti dovranno ricevere formazione specifica e ricertificazione ogni due anni. Il produttore lo presenta come strumento di “distrazione e de-escalation”, per evitare che una situazione degeneri fino all’uso di armi più pericolose.
Quando la tecnologia rende più facile usare la forza
Il problema non è stabilire se un guanto sia più efficace di un taser, né negare alle forze dell’ordine gli strumenti necessari. Uno Stato democratico deve poter esercitare la forza quando è indispensabile: fermare una persona violenta, proteggere un agente, difendere un cittadino. Ma proprio perché la forza dello Stato è legittima, deve essere necessaria, proporzionata e controllabile. Il G.L.O.V.E. introduce una questione particolare: la possibilità di esercitare la scarica attraverso un dispositivo che può apparire come un normale elemento dell’equipaggiamento. La forza rischia di diventare meno visibile mentre diventa più immediata.
Non tutto ciò che è “non letale” è automaticamente accettabile
“Non letale” è una definizione tecnica, non morale. Uno strumento può essere progettato per non uccidere e provocare comunque dolore o un uso sproporzionato della forza. La domanda non è soltanto: “Può uccidere?”. Deve essere: “Era necessario utilizzarlo?” La minaccia era reale? La risposta proporzionata? Esistevano alternative meno invasive? L’intervento può essere verificato? Se il limite viene superato, chi risponde? Domande cruciali mentre l’ICE è già al centro di forti contestazioni sulle modalità operative e sull’uso della forza. Le organizzazioni per i diritti civili temono che un dispositivo così discreto possa favorire abusi o rendere più difficile accertare come e perché sia stato utilizzato.
Un’autorità forte è un’autorità che sa fermarsi
Un agente che conosce poteri, doveri e conseguenze di un abuso è più autorevole; un’istituzione che controlla il proprio potere è più credibile. La forza pubblica ha bisogno di legittimità, non soltanto di strumenti. La legittimità nasce da legge, proporzionalità, trasparenza e responsabilità. Davanti a ogni nuova tecnologia destinata alle forze dell’ordine, la domanda è: rende più sicura la società senza rendere più arbitrario il potere?
La lezione americana parla anche all’Europa
L’Europa ha costruito la propria identità anche sul principio che il potere pubblico non sia assoluto. Dopo le tragedie del Novecento, la conquista dello Stato di diritto è stata sottrarre la persona all’arbitrio dell’autorità e sottoporre l’autorità alla legge. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce la dignità umana come inviolabile e stabilisce che ogni limitazione ai diritti deve rispettarne l’essenza ed essere proporzionata e necessaria. Il potere democratico non consiste nel poter fare tutto ciò che è tecnicamente possibile, ma nel sapere che cosa non si deve fare, anche quando sarebbe possibile farlo. È una lezione che riguarda Bruxelles come Roma e qualsiasi governo, di qualunque orientamento politico.
La persona viene prima dello strumento
Quanto più aumenta la capacità dello Stato di intervenire sul corpo e sulla libertà delle persone, tanto più deve aumentare quella delle istituzioni di controllare sé stesse. È questa la vera misura della forza democratica: non il numero di strumenti nelle mani degli agenti, ma la capacità di esercitare l’autorità senza perdere di vista l’essere umano. Lo Stato deve poter fermare chi minaccia la sicurezza, applicare la legge, essere fermo. Ma non può mai dimenticare perché esiste. La sua forza è legittima finché protegge persona, comunità e legge.
Quando invece la persona diventa qualcuno da “portare alla compliance”, emerge il rischio di trasformare un essere umano in un problema da risolvere anziché in un titolare di diritti. La vicenda dei G.L.O.V.E. merita di essere osservata anche dall’Europa. La domanda decisiva non è quanto lontano possa arrivare la forza dello Stato, ma se lo Stato abbia ancora la maturità democratica di riconoscere il punto esatto in cui deve fermarsi. E quel punto ha un nome che nessuna tecnologia può cancellare: la dignità della persona.





