Un aumento di 25 punti base dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea rischia di tradursi in un nuovo e significativo aggravio dei costi finanziari per le micro e piccole imprese italiane. Se il rialzo venisse trasferito integralmente dalle banche al costo dei finanziamenti, l’impatto sui circa 93 miliardi di euro di credito attualmente in essere per le attività con meno di 20 addetti sarebbe, a regime, pari a circa 460 milioni di euro all’anno. È la stima elaborata da Confesercenti in vista dell’intervento della Bce atteso per oggi. Un’eventuale nuova stretta monetaria arriverebbe in una fase particolarmente delicata per il tessuto produttivo, caratterizzata da condizioni di accesso al credito già difficili per le imprese di minori dimensioni e da una progressiva riduzione dei finanziamenti.
Credito giù e costi in alto
I numeri evidenziano infatti una distanza sempre più marcata tra l’andamento del credito alle piccole imprese e quello complessivo del sistema produttivo. Dal gennaio 2019 al giugno 2026, lo stock di finanziamenti destinati alle attività con meno di 20 addetti si è ridotto di 28 miliardi di euro, con una contrazione complessiva del 23,4%. Nello stesso periodo, il calo registrato dall’insieme delle imprese italiane si è fermato al 2,9%.
La batosta degli energetici
La tendenza negativa non sembra inoltre essersi arrestata. A giugno, secondo le elaborazioni di Confesercenti, i prestiti alle imprese con meno di 20 addetti risultavano in diminuzione del 4,1% su base annua, dopo una contrazione del 4,8% già registrata nel 2025. Un andamento che rischia di rendere ancora più complesso per le piccole attività finanziare investimenti, sostenere la gestione ordinaria e affrontare eventuali aumenti dei costi di produzione. A pesare sul quadro economico è anche il ritorno delle tensioni sui mercati energetici. Il petrolio è nuovamente salito oltre la soglia dei 100 dollari al barile, mentre le quotazioni del gas europeo hanno raggiunto i livelli più elevati dalla fine del 2022. Rispetto al valore medio registrato nel 2025, il prezzo del gas segna un aumento del 125%.
Stretta monetario e aggravio spese
L’effetto combinato della maggiore pressione sui costi energetici e di una possibile stretta monetaria rischia quindi di produrre nuove conseguenze sull’economia reale. Secondo le stime richiamate da Confesercenti, la nuova fase di tensione sui prezzi potrebbe determinare un incremento di 0,7 punti dell’inflazione nell’ultimo trimestre del 2026.
L’allarme per le piccole imprese
Per le piccole imprese, il rischio è quello di trovarsi strette tra maggiori costi di finanziamento, energia più cara e una domanda interna che potrebbe risentire della nuova accelerazione dell’inflazione. Un contesto nel quale l’accesso al credito assume un ruolo ancora più centrale per la tenuta delle attività e per la capacità di investimento.
Le proposte di Confesercenti
“Secondo le nostre stime, l’inflazione potrebbe superare il 4% già a dicembre, ma bisogna intervenire prestando grande attenzione alle conseguenze sull’economia reale: una nuova stretta creditizia colpirebbe soprattutto le micro e piccole imprese, che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano”, commenta Nico Gronchi, presidente di Confesercenti. “Occorre rafforzare gli strumenti di accesso al credito per le attività di minori dimensioni e, allo stesso tempo, evitare una nuova corsa dei tassi come quella degli scorsi anni, che per troppe imprese si è rivelata insostenibile”, aggiunge Gronchi. L’appello dell’associazione è dunque a considerare, accanto alla necessità di contrastare le pressioni inflazionistiche, anche gli effetti che una nuova fase di rialzo del costo del denaro potrebbe avere sulle imprese più fragili. Per micro e piccole attività, infatti, anche variazioni apparentemente contenute dei tassi possono tradursi in un aumento rilevante della spesa per interessi, soprattutto quando si sommano a una riduzione della disponibilità di credito e a un incremento dei costi energetici.
La crisi ad effetto domino
Il rischio, secondo Confesercenti, è che la stretta finanziaria finisca per penalizzare proprio quella parte del sistema produttivo che più dipende dal credito bancario e che rappresenta una componente essenziale dell’economia italiana. Da qui la richiesta di rafforzare gli strumenti di sostegno all’accesso al credito e di evitare che l’inasprimento delle condizioni finanziarie si trasformi in un ulteriore freno alla crescita delle piccole imprese.





