La parola «domiciliari» fa pensare immediatamente a una casa, quattro mura, una porta da non oltrepassare, la famiglia intorno. Ma non sempre il domicilio coincide con l’abitazione in cui una persona viveva prima di entrare nel circuito penale. La legge, in diverse forme di esecuzione domiciliare della pena, contempla infatti anche altri luoghi di privata dimora o strutture di cura, assistenza e accoglienza. In alcune situazioni possono essere determinanti condizioni di salute, esigenze familiari, l’età o particolari esigenze di studio e lavoro. E per le pene sostitutive, la normativa prevede espressamente anche la possibilità della comunità.
È dentro questo spazio, a metà tra la restrizione della libertà e la possibilità di ricominciare, che si trova a Roma, nella zona di Trigoria, Verso il Sole, una comunità che accoglie persone sottoposte a misure restrittive e che prova a trasformare il tempo della pena in un tempo utile. Uno tempo non soltanto da trascorrere, ma da riempire di responsabilità, relazioni, lavoro e competenze.
L’obiettivo è scritto anche nel motto dell’associazione: «provare, credere, riuscire per rinascere». Un cammino costruito da persone che conoscono direttamente la difficoltà del ritorno alla normalità e che oggi scelgono di affiancare chi sta percorrendo una strada simile. Nel tempo, Verso il Sole ha accolto più di 150 persone, aiutandole, nelle parole dell’associazione, a costruire uno stile di vita diverso e a prepararsi al momento in cui potranno tornare a vivere fuori dalla struttura, spesso accanto alle proprie famiglie.
Una giornata fatta di responsabilità
A Trigoria la quotidianità passa da attività molto concrete. C’è un orto da coltivare, ci sono gli animali da cortile da accudire, il giardinaggio, le pulizie, la cucina. Ci sono attività fisiche e spazi per stare con i familiari. Persino il lavoro apparentemente più semplice acquista così un significato preciso, quello di scandire il tempo, assumersi un compito, imparare a rispettare regole e impegni, ritrovare una dimensione collettiva.

La comunità dispone anche di un’area family, con roulotte destinate all’accoglienza dei familiari su prenotazione e di una palestra all’aperto. Elementi che raccontano una concezione della pena nella quale la persona non viene ridotta al reato commesso, ma rimane una persona con relazioni, bisogni, capacità da recuperare e un futuro da costruire. Ed è proprio questo «dopo» il punto più delicato. Arrivare alla fine di una pena non significa automaticamente essere pronti a ricominciare. Se nel frattempo si sono interrotti rapporti familiari, perso un lavoro, accumulato un lungo periodo di inattività o semplicemente smarrita la fiducia nelle proprie capacità, il ritorno alla libertà può diventare un passaggio difficile. Per questo il reinserimento non può essere soltanto l’ultima tappa di un percorso, deve cominciare prima.
Il progetto “Sport e Rinascita”
È partendo da questa consapevolezza che il Rotary Club Roma Olympic, per l’anno rotariano 2026-2027, ha scelto Verso il Sole come destinataria del proprio progetto dell’anno. Il progetto si chiama «Sport e Rinascita» e ha una durata di dieci mesi. Nella presentazione del Club la comunità viene descritta come una realtà particolare nel panorama del welfare penitenziario romano, accogliendo in media 25 persone sottoposte a misure alternative alla detenzione e accompagnandole in un percorso guidato di reinserimento.
La scelta nasce dall’osservazione di alcune fragilità ricorrenti tra chi vive questa particolare condizione, come stress elevato, sedentarietà, bassa autostima, difficoltà relazionali. Così il Rotary individua nello sport una possibile leva per intervenire su questi aspetti, ma non lo considera una soluzione isolata. Il progetto mette, infatti, insieme tre dimensioni: persona, programma e struttura. Il programma sportivo prevede una valutazione iniziale individuale, attività di rieducazione motoria e mobilità, allenamento funzionale e della forza e boxe educativa, con attenzione alla salute e alla prevenzione. Accanto allo sport sono, poi, previsti percorsi di empowerment, dai lavori socialmente utili con la Protezione Civile, formazione per la certificazione BLSD (Basic Life Support – early Defibrillation), competenze digitali, Intelligenza Artificiale e curriculum vitae, oltre al supporto psicologico e psichiatrico.
L’idea, insomma, è che un allenamento non finisca necessariamente quando si posa un peso o si chiude un guantone, ma può diventare un’occasione per recuperare disciplina, fiducia, capacità di stare in gruppo. E queste competenze possono avere un valore anche fuori dalla palestra, quando arriverà il momento di cercare un lavoro, ricostruire una relazione o semplicemente affrontare una giornata senza le regole protettive della struttura.
Una rete per il ritorno fuori
Per questo il progetto non si ferma allo sport. Tra gli obiettivi fissati dal Rotary ci sono 12 partecipanti al programma di fitness, mobilità e boxe educativa, 10 certificazioni BLSD, 5 ospiti coinvolti in lavori socialmente utili e training on the job e 15 persone impegnate nella formazione digitale e lavorativa e nel supporto psicologico. È una rete che coinvolge anche soggetti esterni alla comunità. La Protezione Civile Giannino Caria accoglierà gli ospiti per attività di volontariato e lavori socialmente utili, mentre il Centro ANIS erogherà i corsi BLSD con certificazione riconosciuta. Il progetto prevede inoltre il coinvolgimento di sponsor e aziende del territorio e la collaborazione con altri due Rotary Club, Roma Centenario e Roma Sud Ovest. Perché il reinserimento, alla fine, non può essere un percorso fatto da soli. Serve una comunità che accolga, ma anche una società disposta a riaprire porte. Serve qualcuno che insegni una competenza, qualcuno che offra un’opportunità di lavoro, qualcuno che permetta di sperimentarsi nuovamente in un contesto diverso da quello della detenzione.
La palestra che rimane
C’è poi un elemento particolarmente concreto nel progetto del Rotary, rappresentato dalla palestra, che non sarà un’installazione temporanea destinata a scomparire insieme all’iniziativa. Nel giardino della comunità verrà, infatti, realizzata una tendostruttura, senza interventi edilizi, dotata di manubri, pesi, panche e sacco da boxe. Al termine dei dieci mesi, struttura e attrezzature resteranno a disposizione di Verso il Sole. Resteranno anche le relazioni costruite con le realtà coinvolte nel progetto. Questo è il senso più interessante di «Sport e Rinascita», non lasciare soltanto un’attività, ma una possibilità che continui a esistere quando il progetto sarà formalmente terminato. Per chi vive a Verso il Sole, però, il vero traguardo non sarà una palestra nuova. Sarà poterla lasciare, prima o poi, per tornare a una vita fuori. Perché il domicilio, quand’anche è una comunità, resta comunque un luogo della pena, anche se può diventare anche un luogo in cui imparare nuovamente a vivere. E la rinascita, in questo senso, non coincide con la cancellazione del passato, ma con il riuscire a non esserne più prigionieri.





