Ci sono storie che interrogano il significato stesso della giustizia. Quella di Christa Pike è una di queste. Il 30 settembre, in Tennessee, lo Stato ha tentato di eseguire la sua condanna a morte mediante iniezione letale. Dopo due dosi di pentobarbital, la procedura è fallita. Pike, 50 anni, è sopravvissuta ed è stata trasferita in ospedale: è ancora incosciente e collegata a un ventilatore. Il suo avvocato dice che non ha mai ripreso conoscenza. Le braccia presentano gonfioni, ustioni e vesciche; la difesa ipotizza che problemi nell’accesso venoso abbiano fatto finire il farmaco nei tessuti anziché nel sangue. Sarà l’indagine a stabilirlo. Il paradosso è radicale: lo Stato che ha tentato di ucciderla ora ne affida la vita ai medici. Bill Lee ha sospeso le esecuzioni per il resto del 2026 e ordinato una revisione indipendente. Frank Strada, commissario del Department of Correction, si è dimesso. È il secondo tentativo fallito in Tennessee quest’anno.
Il paradosso dopo la procedura
Pike è stata condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, 19 anni, commesso nel 1995. Il dolore della famiglia non può essere lasciato sullo sfondo: dimenticare la vittima renderebbe incompleta qualsiasi discussione sulla pena di morte. Lo Stato deve proteggere la società, giudicare chi commette un crimine e riconoscere la sofferenza di chi lo ha subito. La domanda è se debba arrivare fino alla morte del condannato. È qui che la vicenda smette di essere soltanto cronaca. Una macchina dello Stato è stata mobilitata per togliere una vita; dopo il fallimento, quella sanitaria è impegnata a salvarla. Gli avvocati di Pike chiedono la commutazione in ergastolo.
Quando il potere dello Stato incontra un limite
L’Europa ha abolito la pena capitale e fatto del diritto alla vita un limite al potere dello Stato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea stabilisce che nessuno possa essere condannato a morte o giustiziato. Gli Stati Uniti hanno un ordinamento diverso, ma la domanda è universale: che cosa accade quando il potere punitivo arriva al suo limite estremo? Su questo confine si inserisce Papa Leone XIV. Il 24 aprile, in un videomessaggio alla DePaul University di Chicago per l’anniversario dell’abolizione della pena di morte in Illinois, aveva ribadito il valore del diritto alla vita e sostenuto l’abolizione della pena capitale. Sul caso Pike c’è però un elemento ulteriore: secondo quanto riferito da più testate internazionali, Leone XIV aveva fatto arrivare alle autorità statunitensi una richiesta di fermare l’esecuzione prima del 30 settembre. Non è arrivata una risposta prima del fallimento. La specifica iniziativa non è stata pubblicamente confermata dalla Santa Sede, ma si colloca nella posizione del Papa contro la pena capitale. Il 1° ottobre i vescovi cattolici, episcopaliani e luterani del Tennessee hanno chiesto a Lee di commutare la condanna e impedire un nuovo tentativo. Hanno riconosciuto la gravità dell’omicidio di Slemmer e il dolore della famiglia, ma ricordato che la giustizia non deve diventare vendetta. Anche l’ONU ha chiesto di non procedere. L’Alto Commissario per i diritti umani Volker Türk e nove esperti indipendenti hanno richiamato la sofferenza fisica e mentale provocata dai tentativi falliti e le questioni aperte sul diritto a un processo equo.
La domanda che resta alla giustizia
Ora il Tennessee dovrà accertare che cosa sia accaduto. Il Department of Correction sostiene di avere seguito il protocollo; Lee ha affidato la revisione a Ed Stanton, ex procuratore federale che aveva già esaminato il sistema delle esecuzioni nel 2022. L’indagine dovrà stabilire perché due dosi non abbiano prodotto la morte e se le difficoltà nell’inserimento delle flebo abbiano avuto un ruolo. C’è un altro paradosso, giudiziario. Poche ore prima dell’esecuzione, una corte federale aveva sospeso la procedura per esaminare le questioni sollevate dalla difesa, comprese quelle sugli abusi sessuali subiti da Pike. La Corte Suprema ha poi revocato la sospensione, consentendo al Tennessee di procedere; hanno dissentito Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson. Non si tratta di assolvere Pike. Né di dimenticare Slemmer. Né di contrapporre Europa e Stati Uniti. Si tratta di chiedersi quale idea di giustizia affidiamo allo Stato quando gli riconosciamo il potere di punire. Una società può essere ferma davanti al crimine senza essere vendicativa. Può proteggere i cittadini, custodire la memoria delle vittime e mantenere una persona in carcere senza stabilire che la sua vita debba finire per mano dello Stato. Il caso Pike rende questa domanda fisica: una donna che doveva morire è in un ospedale, mentre i medici cercano di salvarle la vita. E la famiglia di Colleen continua a chiedere giustizia, sapendo che nessuna procedura può restituirle la figlia.
Quando la giustizia arriva davanti al limite estremo della vita, quel limite deve essere ancora oltrepassato?
L’Europa ha scelto di rispondere di no. La Chiesa, attraverso Leone XIV, ha richiamato la dignità umana e, secondo quanto riferito da più testate internazionali, lo stesso Papa avrebbe cercato di fermare questa esecuzione. I vescovi del Tennessee e le Nazioni Unite hanno chiesto che non vi sia un nuovo tentativo. Il Tennessee dovrà decidere cosa fare di una condanna che non è riuscita a trasformarsi in morte. La domanda di fondo è più grande del destino giudiziario di Christa Pike: quale idea di uomo vogliamo che la giustizia custodisca, anche quando deve punire chi ha commesso il male?





