Nella vicenda di Qusra, a sud di Nablus, in Cisgiordania, dove alcune famiglie palestinesi sono assediate dai coloni israeliani, il dibattito mediatico si è concentrato sugli aspetti politici, e segnatamente sulle dichiarazioni, all’apparenza sorprendenti, rese giovedì scorso dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme. Mike Huckabee, repubblicano e pastore battista, notoriamente vicino ai coloni, sull’account X, ha definito l’assedio “ripugnante”, lo ha qualificato come “orribile atto di terrorismo”, ha ricordato la richiesta dell’ambasciata alle autorità civili e militari israeliane di allontanare i coloni e ha concluso affermando che “non vi sono giustificazioni per chi si comporta in maniera così delinquenziale”.
La questione, invece, non mi pare sia stata esaminata alla luce del diritto diplomatico-consolare. In realtà le dichiarazioni di Huckabee – che si è mosso su preciso input del Dipartimento di Stato – si collocano nell’alveo delle regole che governano la diplomazia e i rapporti tra Stati alleati e pongono un problema chiave: fino a che punto un capo missione può spingersi nel criticare ciò che accade nello Stato presso il quale è accreditatosenza compiere un’ingerenza inaccettabile? Va innanzitutto precisato, e non è certo un particolare trascurabile, che il territorio di cui si tratta non è di Israele, ma è occupato militarmente dagli israeliani. Resta il fatto che i coloni, definiti da Huckabee “terroristi”, sono cittadini israeliani
Sotto il profilo del diritto diplomatico, la condotta dell’ambasciatore intercetta due principi cardine. Da un lato, c’è il divieto generale per uno Stato di immischiarsi negli affari interni di un altro, sancito implicitamente dall’articolo 2, par. 7 della Carta delle Nazioni Unite, ma ribadito espressamente nel terzo principio della Dichiarazione sulle relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati (Risoluzione 2625 XXV, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 24 ottobre 1970). Dall’altro,c’è la regola d’oro della diplomazia, formalizzata nell’articolo 41, par. 1, della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche (CVRD), secondo la quale i beneficiari di privilegi e immunità diplomatiche, in primis i capi missione, hanno il dovere di non interferire negli affari interni dello Stato che li ospita e di rispettarne le leggi.
In circostanze ordinarie, una dichiarazione del tipo di quella di Huckabee avrebbe provocato un’immediata reazione formale da parte del Governo ospitante, con la convocazione dell’ambasciatore al Ministero degli Esteri, la consegna di una ferma nota di protesta e, probabilmente, anche la dichiarazione di persona non grata e l’invito a lasciare il Paese entro un termine ragionevole, conformemente all’articolo 9 CVRD.
Il motivo per cui il Governo di Gerusalemme non ha reagitoin tal modo si comprende considerando l’articolo 5, lettera a) della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963. Infatti, tra le famiglie palestinesi assediate dai coloni a Qusra c’è quella degli Abu Rida, della quale è componente un cittadino statunitense, che vive in Ohio ed è proprietario dell’immobile assediato, privato dai coloni di acqua, di elettricità e della possibilità per i suoi familiari di procurarsi cibo.
Proprio la presenza dei familiari di un connazionale in pericolo, oltre alla seria minaccia all’immobile, attiva in qualsiasi ambasciata il diritto e il dovere prioritario di proteggerne la vita e i beni. Quando la sicurezza di un cittadino è a rischio e le autorità locali non riescono a garantirla tempestivamente, la protezione consolare funziona come una vera e propria giustificazione legale. Le critiche pubbliche dell’ambasciatore e le sue pressioni sulle autorità locali e su quelle militari cessano di essere un’ingerenza vietata e configurano l’esercizio legittimo di un dovere.
A ciò si aggiunge un dettaglio decisivo, direttamente correlato alle dichiarazioni di Huckabee. L’ambasciatore non ha criticato le leggi di Israele o le decisioni del Governo di Gerusalemme ma ha condannato un’azione di forza compiuta da privati cittadini. Si tratta di condotte che costituiscono fattispecie di reato anche per il diritto di Israele.
La ferma presa di posizione dell’ambasciatore ha indotto il Ministro della Difesa Israel Katz – nell’assoluto silenzio di Netanyahu, che pattina in questa campagna elettorale verso il voto del 27 ottobre per la Knesset – a chiedere all’esercito di intervenire rapidamente per smantellare gli insediamenti abusivi dei coloni e mettere in sicurezza i familiari del cittadino statunitense, aiutando le stesse autorità locali a ripristinare la legge, pur provocando lo scontento dell’ala ultranazionalista.
La vicenda di Qusra dimostra che le regole del diritto diplomatico-consolare non sono formule astratte, ma strumenti operativi concreti. Nel bilanciamento tra l’obbligo del diplomatico di non interferire negli affari interni dello Stato accreditatario e il dovere di proteggere familiari di propri cittadini, è quest’ultimo a prevalere, quando è in gioco la vita umana. Il caso nato dalle dichiarazioni di Huckabee fissa un precedente limpido: quando la difesa dei propri connazionali incontra la violazione della legge locale, la protezione consolare può spingersi fino a chiedere conto alle autorità dello Stato accreditatario di come è gestito l’ordine pubblico, tracciando un nuovo confine alla sovranità degli Stati.
Insistere su una lettura soprattutto politica delle dichiarazioni di Huckabee potrebbe rivelarsi un errore. Qui la funzione stessa dell’ambasciatore è in gioco.





