Il paradosso di un Paese diviso tra utili record e un’economia reale sotto pressione: sul caro energia scatta l’allarme dei rincari da pagare a settembre mentre c’è chi macina profitti da record
C’è un’Italia che corre e un’Italia che fatica ed è in allarme per la prossima batosta di settembre La prima è quella della finanza, degli utili record e dei mercati che continuano a mostrare forza. La seconda è quella delle famiglie e delle imprese, soprattutto piccole e medie, alle prese con il caro vita, il costo dell’energia e un credito ancora difficile e costoso.
È lo scollamento tra finanza ed economia reale, una doppia realtà che rischia di diventare sempre più difficile da comprendere e da accettare.
Gli utili miliardari
I numeri delle grandi banche sono emblematici. Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Mps e Bper hanno realizzato nel primo semestre 2026 oltre 15 miliardi di euro di utili netti complessivi, il miglior risultato di sempre secondo l’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl.
È certamente un segnale di solidità del sistema bancario. Ma proprio per questo nasce una domanda: quanto di questa straordinaria redditività può tornare a sostenere l’economia reale?
Partecipare allo sforzo del Paese
Le banche hanno un ruolo decisivo. Devono sentirsi parte dello sforzo del Paese, soprattutto sostenendo le piccole e medie imprese, che rappresentano una parte fondamentale dell’occupazione e del tessuto produttivo italiano. Un’impresa che non riesce a ottenere credito per investire, innovare o semplicemente superare una fase difficile non è soltanto un problema individuale: è una perdita per tutto il territorio.
Ma l’allarme più immediato arriva dalle famiglie.
Caro bollette, la batosta in arrivo
Urge richiamare l’attenzione sull’aumento del costo della vita e sulla nuova pressione che rischia di abbattersi sui bilanci familiari. L’inflazione di luglio è stata rivista al rialzo al 2,9%, mentre sulle bollette si profila una nuova stangata.
L’allarme per settembre
Secondo le previsioni a settembre la spesa annuale per luce e gas potrebbe aumentare del 23% per le famiglie e addirittura del 54% per le imprese. Considerando anche i carburanti, per una famiglia il maggior esborso potrebbe arrivare a circa 877 euro l’anno.
Sono numeri che non possono essere considerati semplici statistiche.
Le rinunce di imprese e cittadini
Dietro quei 877 euro ci sono consumi rinviati, vacanze ridotte, acquisti cancellati e famiglie costrette a fare sempre più attenzione a ogni spesa.
E il problema riguarda anche le imprese. Un’impresa che vede esplodere i costi energetici ha meno risorse per assumere, investire e competere. Se poi il credito costa caro o diventa difficile da ottenere, il rischio è che l’economia reale finisca schiacciata tra costi crescenti e consumi più deboli.
Servono strumenti di crescita
È qui che il divario con la finanza diventa evidente. I mercati possono continuare a crescere anche grazie alla concentrazione degli utili nei grandi gruppi e nei settori più redditizi, mentre una piccola azienda può essere costretta a rinunciare a un investimento semplicemente perché non riesce a sostenere il costo dell’energia o del finanziamento. La finanza non deve essere demonizzata. Deve però tornare a essere uno strumento della crescita.
L’annuncio della Meloni
E lo stesso vale per la politica. L’annuncio della premier Giorgia Meloni di un sostegno concreto alle famiglie per fronteggiare l’aumento delle bollette va nella direzione giusta. Di fronte a una nuova emergenza sul costo dell’energia, intervenire per proteggere i bilanci familiari è necessario.
Ma l’emergenza non può diventare la normalità. Servono interventi strutturali sull’energia, sul credito, sulla competitività delle imprese e sul potere d’acquisto dei salari.
Perché la vera crescita non si misura soltanto con gli utili delle grandi aziende o con l’andamento della Borsa.
Evitare una grave frattura sociale
Si misura nelle case delle famiglie, nei negozi, nelle piccole fabbriche, nei bilanci delle imprese. Se la finanza corre mentre cittadini e imprese arrancano, il problema non è che una delle due realtà stia andando bene. È che non stanno più andando nella stessa direzione.
E questo è una frattura che l’Italia non può permettersi di ignorare.





