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L’era dell’abuso a costo zero. Come l’Intelligenza Artificiale sta cambiando la violenza digitale

L’ultimo caso che ha coinvolto Grok, il chatbot sviluppato dalla società di Elon Musk, è solo la punta dell’iceberg. La vera rivoluzione dell’IA non è aver inventato nuovi reati, ma aver eliminato quasi ogni ostacolo tecnico per commetterli. Così deepfake, molestie e pornografia non consensuale diventano più accessibili, veloci e difficili da fermare
sabato, 8 Agosto 2026
4 minuti di lettura

Per anni abbiamo immaginato l’Intelligenza Artificiale come una tecnologia capace di fare cose straordinarie come aiutare la medicina, accelerare la ricerca scientifica, migliorare il lavoro, rendere più semplice l’accesso alla conoscenza. Tutto vero. Ma esiste un’altra trasformazione, meno raccontata, che sta emergendo con sempre maggiore evidenza. L’IA non ha soltanto abbassato il costo della creatività, giocoforza ha abbassato anche quello dell’abuso.

È questa la vera novità che il caso Grok, il chatbot sviluppato da xAI, la società di Elon Musk, ha riportato al centro del dibattito pubblico. Le polemiche sui suoi sistemi di sicurezza sono importanti, ma rischiano di far perdere di vista il punto principale, che non riguarda lo strumento, ma la tecnologia prodotta, che ha reso estremamente semplice creare contenuti falsi, manipolare immagini e simulare identità. La domanda fondamentale, quindi, riguarda i limiti di un chatbot, che può trasformarsi in uno strumento potentissimo disponibile senza che esistano ancora adeguati sistemi di controllo.

La fine della fatica tecnologica e il concetto di friction

Lo ricordiamo, ogni innovazione elimina un ostacolo. Internet ha eliminato le distanze, lo smartphone ha concentrato decine di strumenti in un unico dispositivo, l’Intelligenza Artificiale sta eliminando la necessità di possedere competenze specialistiche. Questo processo produce enormi vantaggi, ma vale anche per gli utilizzi distorti della tecnologia.

Fino a pochi anni fa realizzare un fotomontaggio credibile richiedeva conoscenze specifiche e software professionali. Creare un video falso o clonare una voce era un’operazione complessa, alla portata di pochi esperti. Oggi bastano una descrizione scritta e un servizio online. È qui che entra in gioco il concetto di friction, cioè l’“attrito”: più un comportamento richiede tempo, denaro e competenze, meno persone riescono a metterlo in pratica. Quando quell’attrito diminuisce aumenta il numero di persone che possono accedere a quello strumento, anche per scopi dannosi. L’Intelligenza Artificiale generativa ha abbattuto questa barriera.

Deepfake: quando il falso diventa accessibile a tutti

lI rapporto “Facing Reality? Law Enforcement and the Challenge of Deepfakes” di Europol ha evidenziato come i deepfake rappresentino una crescente sfida per le forze dell’ordine europee. L’agenzia segnala diversi possibili utilizzi criminali di queste tecnologie, dalle frodi finanziarie alla manipolazione delle prove, fino alla produzione di pornografia non consensuale. Il problema principale non è soltanto la capacità dei contenuti artificiali di sembrare reali, ma anche la crescente facilità con cui possono essere creati e distribuiti.

Il deepfake non è più soltanto una sofisticata falsificazione digitale. È diventato uno strumento che può essere utilizzato per colpire persone reali, danneggiarne la reputazione o esercitare forme di ricatto e violenza psicologica. La tecnologia non crea, quindi, una nuova forma di abuso, ma ne riduce drasticamente il costo.

Le vittime hanno soprattutto il volto di donne e minori

L’ambito più inquietante riguarda la manipolazione sessuale delle immagini. L’UNICEF ha lanciato un allarme sul rapido aumento delle immagini sessualizzate generate dall’Intelligenza Artificiale, che coinvolgono bambini e adolescenti. Secondo una ricerca realizzata da UNICEF, ECPAT e INTERPOL in 11 Paesi, almeno 1,2 milioni di bambini hanno dichiarato che nell’ultimo anno una loro immagine è stata trasformata in un deepfake sessualmente esplicito. In alcuni Paesi il fenomeno riguarda circa un bambino su 25, l’equivalente di un alunno in una classe.

Le tecniche utilizzate comprendono anche la cosiddetta “nudificazione”, cioè strumenti di IA capaci di modificare fotografie normali per creare immagini intime false. Non sono soltanto personaggi famosi o influencer a essere coinvolti. Sempre più spesso le vittime sono ragazze comuni, studentesse, persone che avevano semplicemente pubblicato una fotografia sui social. Il danno, però, è reale anche quando l’immagine è falsa.

Il chatbot non è il colpevole, ma può diventare il complice

Il punto non è immaginare un’Intelligenza Artificiale dotata di una propria volontà criminale, un chatbot non desidera fare del male. Il problema è più concreto: un sistema generativo può diventare un amplificatore delle intenzioni umane. Può rendere più semplice creare immagini manipolate, scrivere messaggi intimidatori, costruire campagne di inganno o produrre contenuti abusivi.

Per questo i cosiddetti guardrail, i sistemi di sicurezza progettati per limitare gli usi dannosi dell’IA, non sono soltanto una questione di censura. Sono strumenti di prevenzione. La vera sfida per le aziende tecnologiche è trovare un equilibrio tra libertà di utilizzo e responsabilità, perché una tecnologia progettata per essere potente deve essere anche progettata per ridurre i rischi del suo utilizzo.

Le regole arrivano dopo la tecnologia
L’Europa ha cercato di anticipare questi problemi con l’AI Act, il primo quadro normativo organico dedicato all’Intelligenza Artificiale. L’obiettivo è introdurre maggiore trasparenza, obblighi per gli sviluppatori e strumenti per rendere riconoscibili i contenuti generati artificialmente. Ma la regolamentazione si trova davanti a una difficoltà strutturale, che riguarda il fatto che la tecnologia evolve più rapidamente delle norme. Ogni nuova generazione di strumenti apre possibilità nuove prima ancora che la società abbia definito completamente come governarle.

La domanda non è se l’IA sia buona o cattiva

Forse il modo più semplice per affrontare il problema è anche quello sbagliato. Chiedersi se l’Intelligenza Artificiale sia positiva o negativa significa attribuirle una responsabilità che appartiene invece alle persone e alle aziende che progettano questi sistemi. L’IA non ha creato misoginia, truffe, revenge porn o manipolazione. Questi fenomeni esistevano già. Ciò che è cambiato è la scala, la tecnologia, cioè, ha eliminato molte delle difficoltà che prima rendevano questi comportamenti più complessi da realizzare. Ha trasformato strumenti prima riservati a pochi esperti in strumenti disponibili a milioni di utenti.

Per questo il caso Grok è soltanto un episodio di una trasformazione più ampia. La vera sfida dell’Intelligenza Artificiale non sarà soltanto insegnarle a fare cose nuove. Sarà impedire che renda troppo semplice fare quelle vecchie che abbiamo sempre cercato di combattere.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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