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Il rosa che fa paura. La rivolta delle donne in sari contro la violenza

In Uttar Pradesh il rosa non è fragilità: è il colore di una comunità di donne che sfida violenza e impunità e ci insegna a guardare oltre i nostri stereotipi
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Un corteo di sari rosa fucsia, che attraversa i villaggi polverosi dell’Uttar Pradesh, nell’India settentrionale. In mano le donne non portano fiori o cartelli di protesta, ma il lathi, il lungo e pesante bastone di bambù tradizionalmente riservato alla polizia e agli uomini per esercitare il controllo fisico e sociale sul territorio. L’impatto visivo della “Gulabi Gang, la Banda Rosa”, attiva nell’osservatore occidentale un riflesso immediato, l’idea di un colore storicamente associato alla fragilità o alla sfera della delicatezza che viene finalmente riscattato e trasformato in uno strumento di protesta contro il patriarcato. Ma l’antropologia dello sguardo richiede un’operazione più complessa e profonda, quella di smontare le nostre griglie interpretative per capire come un simbolo funzioni davvero all’interno del proprio contesto di appartenenza.

Un’armatura di stoffa contro l’impunità

La Gulabi Gang nasce nel 2006 nel distretto di Banda, all’interno della regione del Bundelkhand, nella parte meridionale dello stato dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, un territorio rurale storicamente segnato da profonda povertà, feudalismo agrario e un tasso elevatissimo di violenza di genere. L’iniziativa parte da Sampat Pal Devi, una donna di estrazione umile, appartenente a una comunità svantaggiata, sposata a soli dodici anni e madre a quindici. Stanca di assistere quotidianamente alla rassegnazione di fronte ai soprusi domestici e all’inerzia delle istituzioni locali, Sampat Pal decide di organizzare la prima azione diretta nel proprio villaggio.

Quello che era iniziato come un piccolo nucleo di autodifesa tra vicine di casa si è trasformato negli anni in un movimento che conta oggi oltre 270.000 iscritte, ripartite in undici distretti. Le donne della banda intervengono laddove lo Stato è assente o complice, fermando matrimoni infantili, contrastando maltrattamenti in famiglia, esigendo la distribuzione dei generi alimentari destinati alle famiglie indigenti tramite il sistema di razionamento pubblico e costringendo i funzionari locali a svolgere il proprio dovere. Non si tratta di una semplice associazione assistenziale, ma di un dispositivo di vigilanza civica su scala territoriale.

La neutralità del colore e la tattica del visibile

Nelle analisi della stampa e nei reportage occidentali la scelta del rosa è stata spesso accostata ai movimenti di riappropriazione cromatico-politica, come i pussyhats delle marce americane o le manifestazioni della cultura di massa. Ma la genesi reale del movimento delle donne indiane, raccontata dalla stessa fondatrice, rivela motivazioni dal carattere profondamente pragmatico. “Non volevamo essere associate a nessun partito politico, ha spiegato Sampat Pal Devi in un’intervista rilasciata alla giornalista Emine Saner del quotidiano britannico The Guardian”. “In India ogni partito ha il suo colore: lo zafferano, il verde, il blu. Il rosa non apparteneva a nessuno. Era un colore neutro”.

Il rosa rappresentava un “vuoto” simbolico, una scelta di assoluta indipendenza. Al tempo stesso, la sfumatura fucsia (gulabi) rispondeva a un’esigenza di visibilità e protezione collettiva sul campo. Come ha ribadito la stessa Sampat Pal ai microfoni di Al Jazeera e della BBC, la divisa non serviva per esibizione estetica, ma per creare una segnaletica d’allarme visiva immediata. Un sari rosa indossato da una singola donna nella routine domestica è un elemento invisibile, confuso nel paesaggio del villaggio, ma lo stesso sari, moltiplicato per decine o centinaia di corpi che occupano compatti una strada o un commissariato di polizia trasforma il gruppo in una presenza inattaccabile, visibile a centinaia di metri di distanza.

Il Lathi: da strumento di oppressione a scudo

Accanto al sari fucsia, l’altro elemento centrale nella cultura materiale del movimento è il lathi, il bastone di bambù lungo circa un metro e mezzo, spesso rinforzato all’estremità. La storia di questo oggetto è fondamentale per comprendere il cortocircuito politico innescato dalla “banda”. Durante l’epoca del Raj britannico e successivamente nell’India post-coloniale il lathi è sempre stato lo strumento principe della forza pubblica e della repressione. Basti pensare alle famose “cariche di lathi” (lathi charge) usate dalle pattuglie di polizia per disperdere le manifestazioni o al fatto che questi bastoni sono tradizionalmente di proprietà esclusiva dei capifamiglia o dei guardiani dei proprietari terrieri.

Era, in senso letterale, lo scettro del controllo maschile e statale. L’appropriazione del lathi da parte delle donne ribalta completamente la geografia del potere locale. “Non siamo una gang nel senso criminale, siamo una gang di giustizia”, ha dichiarato Sampat Pal Devi, “non usiamo la violenza senza motivo, ma per difenderci e farci rispettare. Quando i funzionari corrotti o i mariti violenti ci vedono arrivare tutte insieme in sari rosa con i nostri bastoni, capiscono che non possono più ignorarci” . Le azioni della “banda” hanno costretto negli anni decine di stazioni di polizia a registrare verbali di denuncia per stupri e maltrattamenti subiti da donne indigenti, le quali in precedenza venivano sistematicamente respinte e derise dalle autorità.

La trappola di Bollywood. Il cinema e la spettacolarizzazione dell’India
La rapidità con cui la Gulabi Gang è diventata un fenomeno globale ha attirato l’attenzione dell’industria culturale e cinematografica, trasformando la protesta reale in materiale da palcoscenico. Nel 2014, l’uscita del film di Bollywood Gulaab Gang, interpretato dalle star Madhuri Dixit e Juhi Chawla, ha mostrato perfettamente la tensione tra la concretezza della lotta di strada e la sua spettacolarizzazione commerciale. L’opera cinematografica ha trasformato le contadine dell’Uttar Pradesh in eroine d’azione glamour, impegnate in combattimenti coreografati e canti corali, spogliando il movimento del suo tessuto sociopolitico più scomodo: la denuncia della corruzione endemica e le discriminazioni di casta.

La stessa Sampat Pal Devi avviò un’azione legale contro i produttori del film prima della sua uscita nelle sale, accusando la pellicola di aver utilizzato la storia del movimento senza autorizzazione e di averne distorto l’immagine in chiave romanzata e violenta per mere logiche di botteghino, rivelando un paradosso tipico della contemporaneità. Il rischio, cioè, che le lotte di comunità periferiche vengano riassorbite dai circuiti dell’intrattenimento globale, dove il sari rosa rischia di diventare un semplice costume di scena e il lathi un mero accessorio coreografico.

Parallelamente, documentari indipendenti di respiro internazionale, come Pink Saris di Kim Longinotto o l’omonimo Gulabi Gang di Nishtha Jain, hanno cercato di restituire la complessità senza sconti di queste donne, mostrando le contraddizioni interne, la fatica della gestione collettiva e la ruvidezza di una resistenza, che non ammette idealizzazioni patinate.

I colori come sistemi relazionali

Nelle regioni rurali dell’India settentrionale la gamma dei rosa brillanti non ha mai portato con sé la codifica di genere o il senso di passività impressi dai mercati industriali e pubblicitari dell’Occidente nel corso del Novecento. Il gulabi è una tinta quotidiana, festosa, indossata tradizionalmente da uomini e donne senza alcuna connotazione di subordinazione. La Gulabi Gang non ha dunque dovuto “riscattare” un colore oppresso dalla propria cultura, ha convertito un abito domestico in una tecnologia visiva di dissuasione politica. I simboli e gli oggetti non possiedono un significato intrinseco e universale, acquistano senso solo all’interno della rete di poteri, geografie e rituali in cui vengono immersi. Quando l’abito tradizionale esce dalle pareti di casa e si fa divisa collettiva l’identità visiva della comunità agisce come una forma di protezione simbolica e materiale che trasforma la percezione dello spazio pubblico.

Decolonizzare lo sguardo sulla resistenza

Questa storia offre un’occasione preziosa per riflettere sul modo in cui costruiamo le nostre narrazioni culturali. Imparare a leggere il rosa delle donne dell’Uttar Pradesh e la cultura del lathi significa decolonizzare lo sguardo, riconoscendo che la forza di un movimento non risiede nell’aver reso “aggressivo” un colore tradizionalmente delicato, né nello stereotipo dell’eroismo da schermo. La loro lezione risiede nell’aver dimostrato come l’identità visiva e la coesione comunitaria possano farsi scudo sociale laddove le tutele dello Stato vengono meno. Ci ricorda che per comprendere le forme di resistenza dell’altro non occorre proiettarvi le nostre categorie concettuali né ridurle a finzione, ma accettare la complessità di contesti in cui un semplice sari e un bastone di bambù possono riscrivere i rapporti di forza di un intero territorio.

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