Quando si parla di street art, nota anche come arte urbana, i primi nomi che vengono in mente sono Bansky o Keith Haring, mentre in pochi sanno che in questo ambiente sono moltissime le donne che creano e portano i loro lavori in giro per le città del mondo. Oggi queste artiste non sono solo più visibili, ma stanno anche ridefinendo l’immaginario dell’arte urbana, portando temi, estetiche e pratiche che ne hanno ampliato i confini.

La mostra “SHE Street (Art) – Her (Art) – Exhibition” , curata da Giorgio Silvestrelli e visitabile fino al 10 luglio nella piccola galleria romana Rosso20sette arte contemporanea, vuole evidenziare proprio l’impatto che hanno avuto in questo settore artiste come Swoon, Patricia Mariano, Handiedan, Sandra Chevrier, Faith XLVII e Jacoba Niepoort.
Cos’è la street art
Questo tipo di arte nasce nello spazio urbano e utilizza muri, edifici e superfici pubbliche come tele bianche da riempire. A differenza dei graffiti, più legati alla scrittura, la street art è composta di tecniche diverse che vanno dai murales, agli stencil, al collage e alle installazioni. Negli ultimi decenni si sono diffusi anche interventi digitali e interattivi. Questa forma artistica è legata a un’idea di libertà, contestazione e riappropriazione degli spazi comuni. L’obiettivo è quello di realizzare qualcosa che possa dialogare con la città, raccontare storie e denunciare problemi sociali.
Le figure femminili che riscrivono la storia
Lady Pink, nome d’arte di Sandra Fabara, fu la prima artista che, negli Anni ’70 e ’80, intraprese la strada dell’arte urbana. Fu una pioniera della scena newyorkese e dimostrò che anche le donne erano in grado di dipingere su treni ed edifici. Attualmente si possono ammirare le sue opere in diversi musei, tra cui il MoMa di New York.
Accanto alle artiste celebrate nella mostra romana, spiccano anche Shamsia Hassani, Alice Mizrachi, Laika MCMLIV e Alice Pasquini, solo per citarne alcune. Tutte donne che si servono della street art per trascinare il pubblico nel mondo femminile e affrontare temi come l’empowerment, l’identità e la rappresentazione dei corpi, allontanandosi dalle visioni stereotipate e commerciali dell’immaginario collettivo.
Non mancano poi opere che denunciano la violenza di genere, le discriminazioni e le diseguaglianze, ma anche la crisi climatica e i conflitti che segnano il mondo. Ne sono un esempio le opere di Shamsia Hassani, che rappresentano figure femminili in contesti di guerra o ancora l’opera “Too many bombs” di Laika, che raffigura una madre palestinese che stringe tra le braccia un missile al posto di suo figlio.
Il nuovo significato dell’arte urbana
Emerge chiaramente come le street artist abbiano ampliato il significato stesso di arte urbana, trasformandola maggiormente in un linguaggio capace di unire estetica, poesia, politica e attualità. Magari in contesti geografici e culturali diversi, ma con la medesima urgenza narrativa: restituire visibilità a ciò che spesso resta ai margini.

Molte delle artiste sopracitate lavorano con oggetti non convenzionali, materiali riciclati o con tecniche che uniscono fotografia, collage, pittura e digitale. Gli edifici e le città diventano, così, strumenti per amplificare emozioni intime, per raccontare storie di resistenza, cura e fragilità. Le opere finiscono sempre per muoversi tra introspezione, denuncia, immaginazione, realtà e corpi che raccontano storie ed esperienze di vita.
La mostra romana permette, quindi, di esplorare un punto di vista su un’arte che per decenni è stata considerata appannaggio maschile, ma che grazie al contributo di queste artiste ha trovato nuove forme, nuovi linguaggi e una voce più universale, capace di parlare a tutte e tutti.
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